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Uomini violenti. L’esperto: «Per loro c’è una seconda opportunità»

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Una parola in più sulla sconvolgente vicenda di Giulia Cecchettin rischia di rimanere fine a stessa rispetto al profluvio di argomentazioni, più o meno sensate, che animano gli insopportabili salotti televisivi. I femminicidi sono un’emergenza nazionale e non si discute, come testimonia uno studio del Cnr secondo il quale in Italia sono oltre 12 milioni le donne, tra i 18 e gli 84 anni, che hanno riferito di essere state vittime almeno una volta, nel corso della propria vita, di un episodio di violenza fisica o psicologica. Ma di queste, solo il 5% ha denunciato l’accaduto. Tuttavia, c’è chi da queste storiacce di violenza e sopraffazioni inflitte alle proprie partner sta cercando di uscire attraverso un duro e consapevole percorso terapico. Sono gli uomini che la terminologia specialistica definisce “maltrattanti”. Nel giro di un ventennio in tutta Italia si sono aperti quasi cento centri di assistenza a queste persone, che secondo una recente stima sarebbero circa 4000.

Il Cam (Centro di ascolto uomini maltrattanti) di Ferrara è tra quelli più attivi. Nei giorni scorsi ha presentato alla città i primi dieci anni di attività ricordando le quattrocento persone finora assistite e le ottanta oggi affiancate in terapia. «Dieci anni difficili – commenta Michele Poli, presidente del Cam – siamo partiti che esistevano solo quattro o cinque centri in Italia e il percorso terapico era tutto da costruire: metodologie di intervento, possibilità di finanziamento, formazione degli operatori e delle operatrici, credibilità, relazioni con i Centri antiviolenza, rapporti con la rete. Oggi il nostro centro è stato più volte indicato a livello nazionale quale portatore di buone prassi e sono rincuoranti i riscontri degli uomini che partecipano ai gruppi psicoeducativi. Vederli cambiare a poco a poco ci rende orgogliosi e felici».

Dottor Poli, quali dati salienti sono emersi del vostro lavoro?

«Abbiamo notato una crescente attenzione sociale nei confronti della figura del “maltrattante”, d’altronde la violenza non si ferma se non si lavora su queste persone. Il centro di Ferrara ospita un’ottantina di persone, un numero piuttosto consistente che comincia a incidere sulla riduzione della violenza maschile nella nostra area. Durante il dibattito pubblico, erano presenti alcuni uomini in trattamento e spontaneamente si sono fatti avanti per testimoniare la loro esperienza e la bontà dei percorsi seguiti. Si sono autodenunciati ed è stata la prima volta. Ci ha travolto un’ondata di commozione».

Quali uomini chiedono di entrare nel percorso di recupero e che persone sono quando escono?

«Accogliamo persone con diversi tipi di consapevolezza del loro problema. Ci sono quelli che si avvicinano spontaneamente e coloro che arrivano obbligati da un provvedimento dell’autorità giudiziaria (Codice rosso, obbligo del Tribunale di minori o della Questura). Cambiare i comportamenti di questi ultimi, meno propensi, è complicato. Gli incontri sono a cadenza settimanale, collegiali, durano un anno e spesso determinano fenomeni di trascinamento che coinvolgono anche i più reticenti».

Su quali aree della sfera emotiva lavorate?

«Sembra banale, ma all’inizio chiediamo loro continuamente di controllare gli impulsi violenti. Dopo sei mesi, registriamo sostanziali miglioramenti sui casi di offesa fisica, dopo quasi un anno calano drasticamente anche quella di natura psicologica. In sostanza lavoriamo intorno al concetto di violenza, quindi sulle relazioni, familiari e professionali, del maltrattante. Si ragiona anche sulle ripetute sofferenze che hanno causato alle vittime e sulle possibili soluzioni partendo dall’analisi di sé».

Quando finiscono il percorso sono uomini migliori, ma probabilmente anche soli.

«Quando escono da questa esperienza, sono già separati o stanno per separarsi. Chi non lo è ancora, il più delle volte riesce e rinsaldare la relazione con la moglie con ottimi risultati. Chi si ritrova solo, acquisisce amor proprio e si rende man mano autosufficiente fino a instaurare talvolta nuove relazioni affettive».

Ci sono casi di fallimento o di recidiva?

«Purtroppo sì, ci sono maltrattanti irrecuperabili che meritano il carcere».

Le donne vittime di tali abusi e violenze credono in queste redenzioni?

«Hanno poca fiducia nel cambiamento degli uomini, ma in qualche caso restano davvero spiazzate dei risultati perché davanti si trovano persone cambiate».

I femminicidi sono un’emergenza nazionale, come si affronta il fenomeno dal vostro punto di vista alla luce di una mattanza che sembra non aver fine?

«Con qualunque strategia: educazione, rispetto, affettività, progetti, ma più di tutto servono la certezza e l’immediatezza della pena. Poi avremmo bisogno di una rivoluzione che ribaltasse questa struttura culturale maschilista che ci sovrasta. Ma non serve aggredirla, bisogna analizzarla cercando di cambiarla con comportamenti consequenziali».

Perché ha deciso di abbracciare la causa?

«Quando mio padre si è ammalato ventitré anni fa, sono diventato suo padre per prendermi cura di lui. Quando se n’è andato ho capito di aver sprecato delle opportunità. Decisi di organizzare incontri per gruppi di uomini durante i quali potessero parlare di sé e del proprio vissuto. Col tempo il tema della violenza è diventato sempre più centrale e il filo conduttore delle loro esistenze. Grazie alla mia esperienza ho contributo all’apertura del primo Cam a Firenze e poi a impegnarmi da dieci anni in questo di Ferrara».

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