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Lavoro: ecco perché i disoccupati non lo trovano e le aziende li cercano

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Il 2023 dovrebbe essere stato un anno da record per l’occupazione: le aziende avevano programmato 5 milioni e mezzo di assunzioni, 330mila in più rispetto al 2022 e addirittura 900mila in più rispetto al 2019. Un risultato eccezionale, tanto più se si pensa che nel secondo semestre di quest’anno l’economia italiana, anche a causa della recessione tedesca, ha cominciato a rallentare. E allora perché tanti di noi faticano a trovare un impiego decente, passano da un contrattino all’altro o peggio si arrendono a un lavoro in nero?

La risposta è semplice e si chiama mismatch, ovvero la distanza tra le competenze richieste per i lavori offerti e le competenze effettivamente possedute da chi un lavoro lo cerca.

I dati, sconfortanti ma se non altro capaci di far intravedere una luce in fondo al tunnel, sono quelli certificatissimi del Bollettino annuale 2023 realizzato da Unioncamere e Anpal. I 5,5 milioni di assunzioni comprendono i contratti a tempo indeterminato e quelli a termine con una durata di almeno 30 giorni, in modo da includere i lavori stagionali ma non i contrattini a chiamata.

Secondo la ricerca il disallineamento tra lavoratori e lavoro è presente in tutte le principali categorie del mercato italiano; da quello inossidabile del turismo, che da solo occupa oltre un milione di assunzioni previste, a quello più stabile della manifattura, che arriva a 950mila posti. In media il mismatch è al 45,1%, purtroppo in crescita del 4,6% rispetto al 2022 e addirittura del 18,7% rispetto al 2019. In altre parole, col passare degli anni aumenta l’offerta di lavoro in Italia ma aumenta pure l’incapacità degli italiani di fare i lavori offerti nel nostro Paese.

In alcuni settori – ovviamente quelli più qualificati – la distanza si fa abissale: le imprese faticano soprattutto a trovare ingegneri, infermieri, architetti e geometri. Ma l’allarme è suonato anche per gli stagionali estivi, nonostante il governo si sia affrettato ad abolire o quasi il Reddito di cittadinanza in modo da “incoraggiare” i giovani, soprattutto meridionali, ad andare a lavorare in alberghi e stabilimenti nonostante le condizioni di lavoro nel settore siano notoriamente pesantissime e i casi di datori di lavoro che non pagano tutte le ore lavorate siano molto frequenti.

Una domanda sarò sorta spontanea: ma se c’è carenza di talenti come mai tanti professionisti cercano – e trovano – lavoro all’estero? la risposta è nell’altro grande tallone d’Achille del nostro sistema economico, ovvero i salari bassissimi, spesso tanto insufficienti a mantenere una famiglia di sole tre persone. E infatti le aziende sono più in difficoltà in quei territori (Il Nord Est e il Nord Ovest) dove la vita è più cara e la vicinanza di paesi dalle buste paga più generose come Svizzera, Austra, Francia e Germania incentivano i giovani a valicare le Alpi per garantirsi un futuro economicamente florido, concedendosi “lussi” spesso da noi impensabili come mutuo e figli.

È su questo versante, quello retributivo, che il governo Meloni è chiamato a impegnarsi, anche perché è dagli stipendi che parte l’aumento del tasso di natalità del quale il nostro Paese ha un disperato bisogno.

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