Gioielliere condannato. Commercianti penalizzati, migranti e rom favoriti?

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La notizia è nota, drammatica ed emblematica.

Notizia nota: il gioielliere di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, è stato condannato a 17 anni di carcere per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo, e al risarcimento di 480mila euro alle loro famiglie. Drammatica, perché si è rovinato la vita e l’ha rovinata agli altri. Emblematica, infine, di qualcosa che non funziona nell’amministrazione della giustizia. Urge infatti, una riforma seria e una diversa modulazione della legittima difesa?

Al di là delle strumentalizzazioni che il caso ha suscitato, dividendo, come al solito, gli italiani in “colpevolisti” e “innocentisti”; due etnie, le une contro le altre armate; da un lato, chi teme un “modello-Usa” anche in Italia (della serie, le pistole portano ad altre pistole e la morte porta ad altra morte e non risolve il tema della delinquenza e della microcriminalità che, tra l’altro, dati alla mano – sostengono, specialmente a sinistra -non sta aumentando, ma cresce solo come percezione); e dall’altro, chi pensa a una giustizia “fai da te”, visto che lo Stato è assente, diritto compreso dei commercianti di difendersi, in quanto troppo esposti in prima linea e troppo spesso abbandonati dalle istituzioni.

Insomma, un argomento antico, difficile da risolvere con le ricorrenti e stucchevoli semplificazioni politiche e giornalistiche. Storicamente la destra sta pregiudizialmente dalla parte dei cittadini che si difendono; la sinistra è sempre sul fronte opposto: è dal ’68 che demolisce sociologicamente ogni autorità e demonizza le pulsioni d’ordine dei cittadini, pure a costo di difendere di fatto delinquenti, migranti e devianti di ogni genere (come le rom che scippano sulla metro di Milano).

Salvini, tornando al caso del gioielliere Mario Roggero, gli ha espresso “vicinanza umana”, confermando la postura classica della Lega che si radicalizza puntualmente prima delle elezioni (è questione di target elettorale); Pd, sinistra e Fi parlano di “correttezza giuridica” della sentenza.

E’ palese che qui per il condannato in primo grado (la dinamica dei fatti) siamo al limite. Un limite difficilmente difendibile. E che i giudici, comminando una pena superiore alle richieste della pubblica accusa, abbiano evidenziato la sensibile differenza tra legittima difesa, la vendetta, e la sproporzione della reazione (il gioielliere ha rincorso i rapinatori fuori dal negozio, li ha inseguiti, aggrediti e colpiti a morte).
Dal canto suo, Roggero e chi solidarizza con lui, punta l’accento sul dato emotivo, causato dalle continue rapine subìte e dallo stato d’animo di ogni persona quando difende il proprio lavoro, la propria vita, la propria famiglia.

Sul dato emotivo dobbiamo riflettere; dato psicologico che è stato poco considerato (vedremo in appello). A differenza di altre sentenze, quando si tratta di “categorie” sociali ed economiche gradite a certe narrazioni ideologiche.

Facciamo qualche esempio. Magistratura democratica a suo tempo, propose il cosiddetto “diritto diseguale”, ossia una diversa valutazione delle pene a seconda se i reati fossero compiuti nel povero Sud o piuttosto nel ricco Nord. Una sorta di marxismo giuridico, in base al quale è l’ambiente che determina la coscienza.

Medesimo atteggiamento verso i migranti (focus l’occupazione abusiva delle case): non è una novità il ricorso al famoso “disagio sociale” che viene sistematicamente contemplato a loro favore, quando bisogna erogare una pena, e che si traduce in una differenza sostanziale in termine di anni di detenzione, rispetto allo stesso reato compiuto da un italiano.

Allora la domanda è lecita: non è che la magistratura ha in mente categorie di cittadini maggiormente da difendere e altre da vessare? Come dire, delinquenti e migranti da perdonare e commercianti da bastonare? E lo stato di diritto?
Ai posteri le ardue sentenze.

 

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