Italia antifascista. Alla prossima Prima della Scala evitiamo il maschilista Verdi

lunedì, 11 Dicembre 2023
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E’ proprio vero, quando non si hanno argomenti seri tutto diventa teatro e occasione di polemica, nonché di depistaggio di massa. Ma attenzione: una polemica non di contenuto, ma tristemente virtuale, di plastica, da cinepanettone, visto che siamo in atmosfera prenatalizia.

Sono le regole obbligate e obbligatorie di una politica che si dimena e dilania in contrapposizioni ludiche, abbandonando desolatamente i terreni veri delle scelte e delle decisioni che incidono realmente nella vita dei cittadini.
Ed ecco che in tal modo, destra e sinistra duellano inutilmente, con gli italiani che si divertono e si indignano stando sul divano.

Come noto, a ogni Prima della Scala il palcoscenico è storicamente un luogo ghiotto per inscenare manifestazioni di protesta o di consenso nei confronti del padrone di turno.

Questa volta il protagonista della scena è stato il giornalista-melomane Marco Vizzardelli il quale, dopo l’inno di Mameli, prima che cominciasse la rappresentazione del Don Carlo di Giuseppe Verdi ha tuonato imperioso “viva l’Italia antifascista”, suscitando l’ennesimo trito e ritrito dibattito social, politico e giornalistico, sulla natura della nostra Costituzione, tra chi è degno di rappresentarla sul Palco reale e chi no. Come se un semplice cittadino, pure se brillante, potesse decidere al posto della maggioranza che ha stabilito il 25 settembre scorso l’attuale maggioranza parlamentare.

Una postura diventata ormai meccanica e stucchevole, come avveniva nei primi del Novecento, quando gli anarchici legittimavano o condannavano individualmente il potere (con bombe e attentati), attribuendosi religiosamente il mandato di incarnare la sovranità democratica e la giustizia proletaria.

E guarda caso, questo antifascismo e antitotalitarismo stantio da rotocalco (meno male non più a suon di regicidi) risorge enfaticamente sempre quando al governo c’è la destra. E’ l’eterno spettro del fascismo, utilizzato strumentalmente quando la sinistra non ha più nulla da dire e vede franare davanti a se ogni strategia sovvertitrice delle urne: dalla via giudiziaria, a quella tecnica, a quella europea a quella economica.
Adesso Pd, grillini e giornaloni se la sono presi con la Digos che per lesa maestà ha osato chiedere i documenti al Vizzardelli. Digos che ha fatto invece, il proprio dovere, per ovvie ragioni di ordine pubblico. Ridicola la risposta del melomane che si è trincerato dietro un dogmatismo da anni Settanta: “Semmai me li doveva chiedere se avessi gridato viva l’Italia fascista”. Siamo ai titoli di coda di un film che non finisce mai.

Cosa accadrà ora? Lui sarà l’ennesima sperabile e possibile figurina del Pd, come il padre di Giulia, partito che disperatamente sta cercando personaggi da iscrivere alle prossime elezioni. E la destra come ha reagito? Ha brillato per indifferenza, che di fronte alla retorica, è la cosa più giusta. Ha fatto arrabbiare il mainstream sia Salvini il quale nemmeno si è posto il problema, limitandosi a dire che il chiasso disturba la musica, sia il presidente del Senato La Russa il quale ha addirittura detto di non aver sentito nulla.

Qualsiasi risposta argomentata al grido antifascista sarebbe stata una trappola mediatica ad uso e consumo dell’opposizione. Dopo le scene ridicole sulla composizione del Palco reale (Sala non va, nessuno deve stare vicino a un uomo che ha il busto il Mussolini in casa e non ha fatto abiura del fascismo), attenuate dalla decisione di buon senso della senatrice Segre, ci mancava uno scontro sulla natura e le origini della nostra Carta.
Già in un’altra occasione abbiamo ribadito che la Costituzione non parla di antifascismo in nessuno dei suoi articoli. Semmai è stata scritta da antifascisti e partorita dalla Resistenza in toto (non solo grazie ai comunisti, ma anche ai liberali, cattolici, socialisti, azionisti, monarchici), e se proprio vogliamo decodificarne un Dna è antitotalitaria, ergo pure anticomunista.

Proposta al melomane e ai dem che hanno subito mandato in circuito “identificateci tutti”: perché non aboliamo lo stesso Verdi, che nel Rigoletto (da lui musicato, su libretto di Francesco Maria Piave), ha dato prova di maschilismo, asserendo che la “donna è mobile, qual piuma al vento”, ossia, donna suscettibile di cambiamenti tanto nei pensieri quanto nelle parole al primo mutare dell’umore e del corso degli eventi.
E in tempi di neo-femminismo e di anti-patriarcato potrebbe essere un’idea per la prossima Prima della Scala politicamente corretta.

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