La recente intervista del presidente della Cei il cardinale Matteo Zuppi, dal mio punto di vista, è intrisa di concetti illuminanti e di qualche opacità.
Ovviamente nessuno intende giudicare l’azione, la preparazione, la testimonianza, il percorso e la missione di un uomo così importante per la Chiesa e per tutti, né tantomeno insegnare a lui e ancora peggio, insegnare come dovrebbero comportarsi i pontefici; ma spunti di riflessione, osservazioni specifiche e lavoro critico, questo sì. Attiene ai credenti, nell’esercizio della loro libertà di fedeli non fideistici, di cristiani non papisti o clericali.
Del resto, san Francesco docet. Il dogma dell’infallibilità del Papa è un valore assoluto quando proclama “ex cathedra”, non ad esempio, “ex avion”, nei suoi viaggi in aereo, spesso comunicando pensieri “borderline” ad uso e consumo dei giornalisti, facilmente strumentalizzabili proprio da chi persegue la totale secolarizzazione della società, il laicismo praticante e l’ateismo di Stato.
“Don Matteo Zuppi”, come ama farsi definire dal giornalista Aldo Cazzullo sul Corriere della sera, ci ha parlato della sua formazione, della scoperta della vocazione ambientata nelle periferie romane, poverissime e l’incontro con la comunità di Sant’Egidio. Evidentemente tale impostazione resta la sua legittima e reiterata cifra. Che poi, si evidenzia in tutta la sua forza quando molto chiaramente cerca di mediarla con la linea attuale di papa Bergoglio.
Già abbiamo scritto su “Lo Speciale” circa le risposte moderniste del pontefice ai Dubia, a cominciare dalle donne amministratrici del culto, e dal Vangelo, dove bisogna separare la parte destinata alla salvezza e quella no.
Concetto che il presidente della Cei ripete di fatto al Corriere (rispondendo alle dichiarazioni del regista Pupi Avati che vede una Chiesa che ha dimenticato il messaggio evangelico e sacerdoti ridotti a meri assistenti sociali, perdendo il loro ruolo di educatori, che insegnano la differenza tra il bene e il male), ribadendo un’impostazione pericolosa: “Il Vangelo non è un distillato di verità, ma è legato alla vita, all’umanità, all’incontro. Non dobbiamo aver paura di contaminare la verità con la vita”.
Ma dove finisce l’incontro, il dialogo, l’accoglienza, l’esperienza e inizia il messaggio, la funzione pedagogica del Testo? E’ vero che la fede non è un’adesione a un partito, a uno schema ideologico, ma un incontro con una Persona, Gesù, ma il Vangelo è la sua eredità tramandata dai suoi Testimoni (gli Apostoli). E ancora: è il Vangelo che deve andare verso l’uomo immagine e somiglianza di Dio, o piuttosto l’uomo verso il Vangelo?
Altro punto dolente: la benedizione delle coppie omosessuali. Il cardinale afferma che “la Chiesa non è fatta di angeli, di puri e comunica l’amore”, giusto, bisogna essere prima amati, accolti e poi indirizzati verso il bene, ma la benedizione, senza un adeguato percorso pastorale e formativo, rischia di trasformarsi in una legittimazione di scelte opposte alla dottrina della Chiesa, che a mio modo di vedere, aveva già risolto da secoli, distinguendo tra peccato e peccatore. E Gesù alla prostituta che aveva salvato dalla lapidazione disse infatti, “va e non peccare”.
Lo stesso Papa Francesco, proprio ex-avion, aveva affermato (il famoso “chi sono io per giudicare”), che gli omosessuali potevano essere accolti, purché “in cerca del Cielo”, “se si fossero comportati bene” (no agli atti disordinati, esattamente come gli eterosessuali), ed evitando di “fare lobby” come la massoneria. Paletti già sufficienti a trattare definitivamente la questione.
Questa accelerazione dei “realisti più realisti del re” non porta lontano. Una Chiesa che piace troppo al mondo si suicida. Papa Ratzinger l’aveva capito e non perdeva occasione per ricordare che il dialogo non significava perdere l’identità. Il dialogo è un mezzo non un fine: «La vera apertura implica il mantenersi fermi nelle proprie convinzioni più profonde, con un’identità chiara e gioiosa».
Ma la Chiesa oggi ha un’identità chiara e gioiosa?



