L’intervento con il quale Giorgetti ha difeso la politica economica del governo alla Camera aveva un obiettivo preciso: Forza Italia. Tornata a essere il partito di opposizione nella maggioranza dopo i mesi di relativa calma seguiti alla scomparsa di Silvio Berlusconi.
Sono insomma dirette prima di tutto a Tajani le pesantissime parole del ministro dell’Economia contro il Superbonus, giudicato una vergogna perché “Abbiamo dato il 110 per cento di incentivo anche ai ricchi per rifarsi la casa al mare. Ora ci si lamenta perché si scende al 70 per cento, ma nessun paese dell’Unione europea ha un incentivo del genere”.
E non sorprende che proprio oggi il numero uno di Forza Italia risponda per le rime in un’intervista al Giornale nella quale invoca un salvagente per il Superbonus che “tuteli le imprese ed eviti ai cittadini il rischio di dover restituire allo Stato soldi per i lavori non conclusi”. Tutto questo mentre Repubblica continua a diffondere le chat dei parlamentari forzisti che parano di “schiaffoni” presi dalla maggioranza con la bocciatura del Mes e i retroscena parlano di fitti scambi di messaggi con i colleghi del Ppe che sul voto si aspettavano qualcosa di più di un’astensioni.
Voci che in Forza Italia vengono ufficialmente smentite, ma senza troppa convinzione. Il fatto è che gli azzurri sono quasi costretti ad aprire un caso perché se non lo fanno il loro ruolo nella coalizione – quella dei partner moderati e dotati degli agganci giusti in Europa – diventa così incolore da condannarli all’irrilevanza. Ma il fatto è che la Meloni aveva le sue ragioni per lasciare che la maggioranza affossasse l’approvazione del Mes. Non per ragioni di merito (lo strumento “salvastati” è molto cambiato rispetto alla sua versione precedente e in ogni caso la sua ratifica non obbliga in alcun momento l’Italia a farvi ricorso, se non vuole), ma per ragioni tattiche.
È noto infatti che la ratifica del Mes era l’unica carta che il governo poteva giocare per convincere gli alleati ad approvare un nuovo Patto di stabilità che rispondesse alle nostre esigenze: quindi nessuna vera stretta sulla spesa pubblica e un piano di rientro dal nostro debito pubblico molto dilazionato.
Purtroppo le richieste di Roma sono state accolte solo in parte, Giorgetti non è riuscito a incidere quanto sperava e alla fine come al solito Francia e Germania si sono fatte l’accordo per conto loro costringendo poi gli altri ad approvarlo (la Spagna lo ha fatto di buono grado perché in cambio ha ottenuto la nomina della sua ministra dell’economia Nadia Calvino a presidente dalla potente Banca europea degli investimenti).
Insomma, più che un fallo di reazione quello dell’Italia sul Mes è stata una mossa calcolata per far capire che l’esecutivo non ha intenzione di subire senza rispondere alle decisioni che ci danneggiano. E in fondo quella del veto che paralizza tutti è stata la carta con la quale Orban è riuscito a ottenere di tutto e di più dall’Europa, sia in termini di finanziamenti che di agibilità politica. Non va infatti dimenticato che nonostante il presidente ungherese abbia oggettivamente promosso delle politiche che ledono lo stato di diritto il suo partito Fidesz sia rimasto nel Ppe fino al 2021, quando fu lo stesso leader magiaro a decidere di uscire dal grande gruppo conservatore.
Lo stesso nel quale adesso langue, senza più identità, la creatura del Cavaliere che non riesce a uscire dall’ombra di Giorgia perché sa che se lo fa il rischio di azzeramento politico è dietro l’angolo.



