Diari, lettere e biografie: il Museo della memoria cerca nuovi spazi

martedì, 9 Gennaio 2024
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«Gnaca na busia» (Nemmeno una bugia). La “sciura” Clelia lo scrive in premessa: racconterà la sua storia sinceramente per filo e per segno su un lenzuolo del corredo perché non è riuscita a trovare un solo pezzo di carta in tutta la casa. Appoggia il telo sul cuscino e comincia a raccontare la sua esistenza utilizzando la trama del tessuto come riga per non sbagliare.

Dal 1984 Pieve Santo Stefano, un centro di tremila anime in Valtiberina, in provincia di Arezzo, si fregia con orgoglio del titolo di “Città del diario”. La cittadina ospita infatti nella sede del municipio, un archivio pubblico, che raccoglie scritti di gente comune in cui si riflette, in varie forme, la storia d’Italia: sono diari, epistolari, memorie autobiografiche. E, soprattutto, il lenzuolo, pezzo forte dell’esposizione, che Clelia Marchi da Poggio Rusco (Mantova) donò al museo nel 1986. In un’ala di questo edificio è stata allestita una sorta di casa della memoria per conservare scritti di autobiografie private. L’iniziativa ha attirato l’attenzione di studiosi e giornalisti, anche stranieri. L’archivio, ideato e fondato dal giornalista Saverio Tutino, non serve solo a conservare brani di scrittura popolare, ma a esaltarne la ricchezza. 

Le testimonianze, tra diari, memorie autobiografiche ed epistolari, provenienti da tutta Italia, sono più di diecimila e lo spazio scarseggia. Ogni anno arrivano in media 350 documenti, la commissione di lettura ne valuta l’originalità e ne seleziona otto che partecipano alla rassegna annuale di fine settembre, un festival della memoria con dibattiti, letture, spettacoli teatrali e musicali, al termine del quale una giuria nazionale decreta l’opera vincitrice del “Premio Pieve Saverio Tutino”.

Nel 2021 è stato scelto l’edificio del paese dove si trasferirà l’archivio, un ex asilo (basterà?), con l’approvazione del ministero della Cultura, ma tra gara d’appalto e avvio dei lavori si teme che possano passare altri due anni per il trasloco. Nel 1991, su iniziativa del Comune di Pieve Santo Stefano, nacque la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale, divenuta poi una Onlus e riconosciuta con Decreto ministeriale nel 2000. Dal settembre 1998 fu lanciata la rivista “Primapersona”, una delle molte iniziative editoriali legate ai diari.

«Intanto l’Archivio continua a ricevere, catalogare e digitalizzare diari, lettere e memorie, cioè testi autobiografici scritti a distanza di tempo dai fatti narrati – scrive il Post – è stato il primo ente in Europa a raccogliere documenti di questo genere, scritti da persone comuni, e da quando esiste molti studiosi lo hanno consultato per ricerche storiche e sociologiche. Ha anche ispirato vari progetti artistici, ad esempio documentari come quelli della Sacher Film di Nanni Moretti o romanzi come “Nonostante tutte” di Filippo Maria Battaglia (2022), fatto interamente di frasi e paragrafi di testi autobiografici di varie donne italiane del Novecento che accostati insieme creano la storia di un personaggio immaginario. I diari veri e propri sono un po’ più di 2.600 e sono i testi di maggior valore storico, insieme alle lettere, perché scritti più vicini agli avvenimenti che raccontano. Il testo più antico nel catalogo è una cronaca di eventi storici e fatti locali scritta alla fine del Cinquecento da una donna veneta Bosina da Porcia; tra i più recenti ci sono diari e una chat collettiva dei lockdown del 2020. Più di mille parlano degli anni della Seconda guerra mondiale: tra questi dal 2003 ci sono le brevi lettere che Orlando Orlandi Posti, una delle persone uccise nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, riuscì a far avere alla madre e alla ragazza di cui era innamorato dal carcere».

L’Archivio dei diari, l’annessa biblioteca e il museo andranno nell’ex asilo infantile di Pieve Santo Stefano, uno dei pochi edifici storici del paese che non furono distrutti durante la Seconda guerra mondiale. Di proprietà del Comune, anticamente era un convento, nel Dopoguerra divenne un asilo e oggi viene usato da alcune associazioni. Natalia Cangi, direttrice organizzativa dell’Archivio, spera che per il 2026, dopo i lavori necessari, potrà ospitare i diari. «Questo edificio è ricordato per due ragioni – spiega – sia perché nell’autunno del 1944 consentì alla popolazione di Pieve di rientrare al paese sia per la storia del fotografo dell’epoca, che prima dello sfollamento aveva murato la sua macchina fotografica e le lastre delle fotografie del paese nell’asilo, affinché si conservarono per preservare la memoria di com’era il paese prima che fosse distrutto». 

Foto Livi – da archiviodiari.org

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