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Saluti romani. C’era meno antifascismo con Togliatti che con Schlein e Conte

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Potrei sintetizzare l’ennesima ossessiva polemica orchestrata dalla sinistra sui saluti romani con una battuta: ma che palle con questo antifascismo.

Non se ne può più. Non c’è trasmissione, dichiarazione pubblica, dibattito parlamentare, titolo di giornale che da qualche giorno a questa parte, non tratti sistematicamente l’argomento; dimostrazione che l’opposizione è proprio alla frutta. Quando non sa che dire, ormai vulnus decennale, a corto di idee, uomini e programmi che non siano demagogici o inutili, resuscita il comodo fantasma littorio.
E sfrutta manifestazioni commemorative, dove ex giovani desolatamente attempati, tristemente fermi agli anni Settanta (tradotto: la nostalgia della adrenalinica e ideale loro adolescenza), e nuovi giovani fanatizzati (i quali, incapaci di elaborare simboli e posture originali, rispolverano le urne e le chincaglierie del passato), fanno il saluto romano.

Premessa: dei saluti romani come dei pugni chiusi non me ne frega niente. Per me ognuno può dire, fare, salutare come crede. Fascisti, comunisti, cattolici, maoisti, cubani, no-vax, negazionisti climatici, pacifisti, guerrafondai, terrapiattisti, hanno il sacrosanto diritto di gridare, manifestare come ritengono. L’importante è che non commettano reati o che non li incitino. Personalmente sono contrario anche alla legge Mancino.

Trovo quindi stucchevole e ridicola l’odierna campagna antifascista della sinistra solo per mettere in difficoltà la Meloni, che da brava politica non sembra cascare nella trappola mediatica e ideologica di rispondere politicamente di ogni atteggiamento fascistoide ad opera di gruppuscoli insignificanti, o di genuflettersi quotidianamente all’altare resistenziale, un velenoso processo di Norimberga a uso e consumo di Pd e grillini, ben consapevole che non basterebbe mai. Sarebbe solo una gentile concessione all’opposizione.

Due considerazioni: ma la sinistra fa mai professione di anticomunismo? E perché l’atto religioso si richiede alla destra? Il fascismo (la guerra persa, le leggi razziali, la dittatura) è il male e il comunismo (100 milioni di morti, la dittatura, le foibe) resta il bene? E’ ovvio che la questione sia strumentale. E guarda caso, lo schema è stato riproposto da quando ha vinto le elezioni e andata a Palazzo Chigi. Non ci risulta che negli anni in cui ha governato la sinistra, senza aver vinto le elezioni, sempre grazie a operazioni di Palazzo, Acca Larenzia e i saluti romani, con relativa richiesta di sciogliere le formazioni neo-fasciste, siano state al centro dell’interesse istituzionale o dell’agenda politica.
E poi, la sinistra sa bene che gli extraparlamentari di destra hanno come nemico giurato proprio la destra “borghese” che si sarebbe venduta al capitale, ai poteri forti, alla Ue e agli Usa.

Se ripercorriamo gli anni di piombo, i due mondi hanno brillato strutturalmente per antagonismo e forte conflittualità. Il Msi perseguiva, non senza scossoni, l’obiettivo dell’inserimento legale e democratico, parallelamente alla costruzione di una destra nazionale moderna. Gli extraparlamentari, specialmente nei primi anni Settanta, al contrario, vagheggiavano soluzioni rivoluzionarie, al limite dell’eversione (come la sinistra estrema), in contiguità operativa di fatto con ambienti golpisti, militari, servizi deviati e l’allora Cia). Bisogna tornare a quegli anni per capire, infatti, un clima (la guerra fredda, Gladio, le stragi, i morti di destra, la strategia della tensione, gli opposti estremismi), nella sostanza antiparlamentare e anti-Stato che alimentava trasversalmente l’azione dei giovani, come ultima fase del Sessantotto.

E oggi Forza Nuova, Casa Pound e altri, rivendicano quel Dna, naturalmente declinato e attualizzato (l’alternativa nazional-rivoluzionaria al sistema), rivendicando una coerenza ideologica e un’appartenenza generazionale che resiste alle mode, totalmente estranea alla svolta conservatrice di Fdi, ma possiamo pure dire di Alleanza Nazionale.
Ergo, tali ambienti se ne sbattono degli effetti delle loro azioni rispetto al governo Meloni. Anzi, godono nel metterlo in difficoltà. Per ritagliarsi un ruolo.

L’analisi più seria, nonostante la mission del giornale, l’ho letta sul Corriere della sera: “Una memoria comune, ma non più condivisa”.
I saluti romani ad Acca Larentia (non la cerimonia ufficiale presenti le autorità ed esponenti di destra e sinistra), sono nel segno di una memoria fisica comune tra la destra moderna e quella ferma a ieri, ma non più condivisa. Le strade si sono divise e non si incontreranno più.

Consiglio alla sinistra: se proprio vuole eternare il fascismo la smetta di riferirsi a Mussolini, a quelle dottrine, a quel periodo storico. Il fascismo come schema è risorto ora come pensiero unico, politicamente corretto, dittatura del relativismo. C’è molto più fascismo nell’obbligo vaccinale, nell’obbligo guerrafondaio pro-Ucraina, nell’obbligo green ed elettrico, o nell’obbligo laicista (se non stai con i diritti Lgbtq sei un reietto), dove si assiste all’emarginazione, ghettizzazione, demonizzazione culturale, sociale e fisica del “nemico” (solo perché si appella al libero pensiero, alla libera scelta), cui non è permesso vivere, mangiare, lavorare, vendere o comprare casa, decidere lui quando e come cambiare macchina etc.
E in quanto all’antifascismo, prenda esempio da Togliatti: come ministro di Grazia e Giustizia (governo De Gasperi), nel 1946 comminò la grazia proprio ai fascisti. Nel 1936 scrisse l’appello ai compagni in camicia nera (“facciamo nostro il programma dei Fasci del 1919”). E nel dopoguerra, il Pci (Pajetta e compagni), finanziarono i tanti saloini di Pensiero Nazionale (Stanis Ruinas), che nel nome della Repubblica sociale, mazziniana, anti-americana, anticapitalistica e anti-clericale, andarono a sinistra, rifiutando il Msi.
C’era molto meno antifascismo a pochi mesi dalla morte di Mussolini, che adesso con la Schlein e Conte.

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