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Di Liddo, Cesi: «Ecco perché la Cina aumenterà le pressioni su Taiwan»

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Le elezioni di Taiwan hanno sistemato sotto al naso di Xi Jinping proprio l’indesiderato terzo incomodo: William Lai Chiung-te, 64 anni, ex medico con studi ad Harward. Cioè l’uomo che non sarebbe mai dovuto diventare primo ministro in quanto “indipendentista distruttore della pace”. Insomma, esauriti tutti i tentativi pacifici di induzione alla resa, Pechino potrebbe per davvero scatenare il suo esercito per riprendersi l’isola? Lospecialegiornale ha chiesto a Marco Di Liddo, attualmente direttore del Centro Studi Internazionali, di interpretare gli scenari a breve termine nelle relazioni tra le due sponde dello stretto dopo l’esito del voto tanto temuto da Pechino.

Di Liddo, Taiwan ha eletto il candidato più inviso a Pechino. Come reagirà Xi Jinping nei confronti del neopresidente “distruttore della pace”?

«Ha due opzioni, che possono essere anche complementari: la prima è quella di ordinare una serie di manifestazioni di forza verso Taiwan per riaffermare la propria posizione di superpotenza egemone nell’ambito di una comunicazione politica di chiara leggibilità. “Fate quello che volete, ma sappiate che vi controlliamo”. D’altronde la Cina si era espressa nei giorni precedenti ricordando a Taiwan che la riunificazione sarà inevitabile avendo già addirittura individuato il 2049 anno dell’evento. Mai prendere sottogamba, perciò, una volontà così già straordinariamente precisa. I cinesi sono unici in questo. La seconda opzione è quella dell’indifferenza. Non dare troppo peso alle elezioni per delegittimarne l’esito».

William Lai Chiung-te guiderà, tuttavia, un governo zoppo, in quanto di minoranza, il primo della storia dell’isola. Quali contraccolpi, soprattutto endogeni, potrebbe subire nella gestione dei rapporti con la Cina?

«Non immagino fibrillazioni interne anche perché Lai ha avuto il merito di condurre la campagna elettorale sui complicatissimi rapporti con Pechino, ma senza dimenticare le aspettative attuali dei taiwanesi, soprattutto dei più giovani, che vanno dal lavoro al consolidamento della democrazia. La politica estera del Ppd, partito di Lai, resterà, per forza di cose, un faro del governo nella fermezza delle proprie convinzioni, mentre con la Cina si continuerà a dialogare sempre all’interno di un preciso protocollo comunicativo».

Il neo presidente non ha intenzione né di evocare la riunificazione né di proclamare l’indipendenza formale, che è già nello stato delle cose: ha una terza opzione da seguire per provare a normalizzare i rapporti con Pechino?

«Da anni Taiwan è in mezzo al guado. Una dichiarazione d’indipendenza sarebbe assai pericolosa per il Paese e spaventerebbe sia gli Stati Uniti sia l’Occidente per il timore di accendere un nuovo focolaio bellico in Oriente. Giungerebbe inoltre nel bel mezzo di un anno pieno di incognite dal punto di vista politico, condizionato inevitabilmente dal voto nella più grande democrazia del pianeta. Resta solo il dubbio su come affronterebbe la Cina un vero conflitto considerando che non imbraccia materialmente un fucile dai tempi della guerra in Vietnam. Non conosciamo né la sua preparazione né la sua dottrina militare».

Nel quadro geopolitico, la vittoria di Lai potrebbe inasprire, secondo lei, i rapporti tra Washington e Pechino nonostante le due superpotenze abbiano ricominciato a parlarsi?

«E’ possibile, anche se gli Stati Uniti, che stanno gestendo due crisi in Europa e la campagna elettorale, non hanno interessi ad aprire un altro fronte, mentre la Cina potrebbe esibirsi in continue prove muscolari di ammonimento per fare pressione su Taiwan mettendo in pratica quanto sosteneva lo storico maestro militare, uno dei più famosi di sempre, Sun Tzu: il combattente più abile è quello che vince senza combattere».

La Cina ha gli strumenti per rovesciare il governo di Taipei?

«Sicuramente Pechino è presente nel Paese con agenti di spionaggio e fiancheggiatori politici, ma non sappiamo né quale sia consistenza di tale presenza né se sia davvero interessata a un piano del genere».

Di Liddo, dispiace dirlo, ma i taiwanesi possono ritenersi tranquilli fino a quando la guerra divamperà in Ucraina e in Medioriente?

«Le lezioni dell’Ucraina e del Medioriente nel mondo post pandemico sono chiare: non si raggiunge alcuna serenità senza una deterrenza solida e autorevole. Questa è una lezione per le democrazie occidentali».

Le infinite tensioni internazionali sono un monito anche per l’Unione europea, incapace di dotarsi di una struttura unitaria, nonostante abbia forza economica e militare. E’ il vaso di coccio tra le superpotenze?

«Sì, oggi l’Unione europea è solo un potenziale colosso perché fino a quando gli stati del Vecchio continente continueranno a considerarsi quelli dell’800 resteranno del tutto irrilevanti sullo scenario geopolitico mondiale, dimenticando che prima o poi gli Stati Uniti potrebbero restringere il loro ombrello protettivo».

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