Ombre su Davos: chi sono e cosa pensano di fare davvero per il (nostro) futuro

venerdì, 19 Gennaio 2024
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Più che un incontro sui massimi sistemi dell’economia tra i potenti della terra, questa edizione del World Economic Forum di Davos sembra un meeting di appassionati di Risiko. Ovunque non si fa che parlare delle capacità di sfondamento di Putin in Ucraina, della resistenza di Hamas, delle possibili reazioni del Pakistan di fronte alle provocazioni dell’Iran e ovviamente della probabile vittoria di Trump alle primarie repubblicane. E in tutto ciò chi ha ancora il tempo di parlare di catene di globalizzazione, deindustrializzazione e debiti pubblici?

Beati i tempi in cui Davos era il simposio dei poteri forti, di quelli che decidevano per noi. Oggi, di fronte alla guerra alle porte dell’Europa e a un Medio oriente sempre più incandescente avere qualche banchiere o capo di stato che decide per noi sarebbe quasi rassicurante.

Invece niente, all’edizione annuale del World economico forum l’aria che si respira tra gli illustri ospiti è di incertezza e timore, nessuno sembra avere la più pallida idea di quel che accadrà nel 2024.

Per la verità un potenziale kingmaker ha provato a inserirsi nel vuoto pneumatico di voci autorevoli di questa edizione di Davos, ma non ci sentiamo di dargli troppo peso. Parliamo del Renzi transalpino (e di successo) Emmanuel Macron, che ha provato a scaldare la platea svizzera riproponendo il vecchio cavallo di battaglia italiano degli eurobond, che secondo il presidente francese l’Unione europea dovrebbe emettere «per rilanciare gli investimenti pubblici europei sulle grandi priorità». Si tratterebbe insomma di rendere stabile e definitivo lo strumento emergenziale del Pnrr, che era stato finanziato emettendo debito comune. Finora il grande passo non è stato fatto per l’opposizione della Germania, che vede negli eurobond uno strumento per aiutare i più deboli, quindi non se stessa, ma non è detto che il vento non possa cambiare di fronte alle enormi difficoltà che l’economia tedesca sta attraversando in questi mesi. Dispiace semmai che come al solito Macron abbia voluto tenere il palcoscenico tutto per sé, facendo la sua proposta in autonomia invece di concordarla con i tanti paesi che agli eurobond sono favorevili, come l’Italia.

Già, appunto, e L’Italia cosa sta combinando a Davos? Il nostro governo ha deciso di trattare il meeting svizzero come una fiera, chiedendo al ministro Giorgetti di adattarsi a fare la parte del piazzista per incoraggiare i principali investitori internazionali a scommettere sul debito pubblico italiano, che quest’anno dovrà trovare compratori per la mostruosa cifra di 450 miliardi di dollari. E infatti quest’anno le solite polemiche più o meno complottiste che si accendono intorno a Davos non si sono notate, per lo meno dalle parti della destra di governo.

Il ministro dell’Economia non è risparmiato, ottenendo incontri con i vertici della Bridgewater, uno dei più grandi gestori di hedge fund al mondo, con i suoi omologhi di Arabia Saudita e Qatar, che controllano i fondi sovrani dei loro paesi, e pure con gli amministratori delegati delle principali banche americane, da JP Morgan a Bank of America. E siccome quando si parla di soldi bisogna parlare con tutti, il numero uno di via XX settembre si è ritagliato pure uno spazietto con il segretario alle finanze di Hong Kong, ottenendo di fatto una chiacchierata con Pechino. Vedremo nei prossimi mesi se tanto sforzo verrà ricompensato con una corsa all’acquisto del nostro sempre più enorme debito pubblico.

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