Né i taumaturgici fondi del Pnrr né il turismo salveranno il Mezzogiorno d’Italia, condannato, secondo l’ultimo rapporto della Svimez, alla desertificazione. La popolazione del Sud, attualmente pari a un terzo di quella italiana, si ridurrà ad appena il 25 per cento nel 2080, ovvero una perdita di oltre 8 milioni di residenti. E intanto l’autonomia differenziata, che prosegue il suo iter parlamentare, potrebbe diventare la pietra tombale per le residue speranza di ripresa di una parte (essenziale?) del Belpaese. Insieme alla cronica mancanza di politiche di sviluppo, tutto ruota intorno alla diminuzione delle nascite e al progredire della speranza di vita, che hanno condotto l’Italia tra i paesi europei più anziani. Le dinamiche naturali hanno avuto impatti territoriali differenziati, colpendo in maniera più rapida le regioni del Mezzogiorno. Le migrazioni interne e internazionali hanno ampliato gli squilibri demografici Sud-Nord. Se da un lato, le comunità immigrate si concentrano prevalentemente nel Settentrione “ringiovanendo” una popolazione sempre più anziana; dall’altro, il Mezzogiorno continua a perdere popolazione, soprattutto giovani qualificati. Dal 2002 al 2021 hanno lasciato il Mezzogiorno oltre 2,5 milioni di persone di cui 808 mila sub 35, 263mila laureati.
Cosa fare? Per invertire la tendenza pluridecennale al calo delle nascite occorre adottare politiche attive di conciliazione dei tempi di vita e lavoro e rafforzare i servizi sociali. Il potenziamento dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno è cruciale per contrastare il declino demografico. Le regioni meridionali presentano il tasso più basso di occupazione femminile in confronto all’Europa (media UE 72,5): Campania (31%), Puglia (32%) e Sicilia (31%). Le restanti regioni del Centro-Nord si avvicinano alla media europea, ma restano lontane dai parametri di riferimento dei Paesi scandinavi e della Germania (78,6). La carenza di servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia, specialmente nella prima infanzia, penalizza le donne nel mondo lavorativo.
Occupazione. In tema di precarietà del lavoro, nella ripresa post-Covid dopo il «rimbalzo» occupazionale è tornata a inasprirsi la precarietà. Dalla seconda metà del 2021, è cresciuta l’occupazione più stabile, ma la vulnerabilità nel mercato del lavoro meridionale resta su livelli patologici. Quasi quattro lavoratori su dieci nel Mezzogiorno hanno un’occupazione a termine, contro il 14% nel Centro-Nord. Il 23% dei lavoratori a temine al Sud lo è da almeno cinque anni. Tra il 2020 e il 2022 è calata la quota involontaria sul totale dei contratti part time in tutto il Paese, ma il divario tra Mezzogiorno e CentroNord resta ancora molto pronunciato: il 75,1% dei rapporti di lavoro part time al Sud sono involontari contro il 49,4% del resto del Paese. Nel 2022 la povertà assoluta è aumentata in tutto il Paese raggiungendo livelli inediti. Nel 2022, sono 2,5 milioni le persone che vivono in famiglie in povertà assoluta al Sud: +250.000 in più rispetto al 2020.
Paradosso Pnrr. Gli investimenti del Pnrr mirano a colmare queste disparità, ma non sono stati programmati a partire da una mappatura territoriale dei fabbisogni di investimento, bensì attraverso procedure a bando, con una capacità di risposta fortemente influenzata dalle capacità amministrative degli enti locali. Il contributo del Pnrr alla crescita del prossimo biennio dipenderà comunque dalla sua pronta ed efficace attuazione. Sulla base dei dati dei progetti complessivi del sistema Regis (il sistema unico di rendicontazione del PNRR), la Svimez ha monitorato lo stato di attuazione degli interventi che vedono i Comuni come soggetti attuatori. Il valore complessivo dei progetti presenti in Regis ammonta a 32 miliardi di euro, per il 45% allocati ai Comuni del Mezzogiorno. Per circa la metà dei progetti risultano avviate le procedure di affidamento; la quota di progetti messi a bando, tuttavia, si ferma al 31% al Mezzogiorno rispetto al 60% del Centro-Nord. Anche la capacità di procedere all’aggiudicazione presenta significative differenze territoriali: 67% al Mezzogiorno, 91% al Centro-Nord. Gli esiti del monitoraggio della Svimez confermano le criticità in ordine ai limiti di capacità delle amministrazioni locali meridionali e all’urgenza di rafforzarne gli organici e competenze.
Altro che turismo. Ma di fronte a questo scenario mancano scelte “politiche” sulla reindustrializzazione del Sud e sull’aumento delle infrastrutture. E su questo fronte il turismo, che per molti sarebbe il futuro del Mezzogiorno, a oggi non rappresenta alcun volano effettivo.
Con 1,3 presenze per abitante, il Mezzogiorno si colloca all’ultimo posto tra i principali paesi Ocse, con un notevole divario rispetto sia al gruppo dei paesi più piccoli (Malta, Austria e Grecia), sia ai paesi di più grandi dimensioni (Spagna, Francia e Germania). Il numero di presenze turistiche per abitante del Mezzogiorno è pari a meno della metà del dato medio delle regioni centrosettentrionali. E le regioni meridionali stanno incontrando maggiori difficoltà a recuperare il calo delle presenze subito nel 2020.



