Question (di mancato) feeling: il duello Meloni-Schlein, i voti e le sorprese

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“Question time”, “question di vita e di morte”.

Per chi non lo avesse capito stiamo parlando delle scintille di mercoledì scorso, anticipatrici del famoso duello, in vista delle prossime elezioni europee, che destra e sinistra (e non solo), attendono ormai con ansia. Un’attesa diventata pressante a patto ovviamente che le due dirette interessate decidano di presentarsi.

La Meloni ci sta pensando, la Schlein pure. A parte le differenze abissali sul piano politico (è indubbio che entrambe rappresentino due posture radicali, altro che bipolarismo moderato), la loro scelta ne richiama per definizione altre. Da un lato, gli equilibri da mantenere nelle rispettive coalizioni e poi, il fatto che si giocano tutto.

La premier, come noto, si affida misticamente al consenso popolare, come unica fonte di legittimazione, vista l’ostilità del Palazzo, del mainstream, della casta laicista, dei poteri forti istituzionali, economici nazionali e internazionali. La segretaria dem, dal canto suo, sa perfettamente che se il Pd andrà sotto il 20% tornerà a casa. Insomma, le unisce, oltre alla verve comunicativa, enfatica, ideologica, quasi da anni Settanta, un destino temporale e strategico. La prima ha bisogno di consolidarsi, la seconda di non arretrare.

Al “Question time” di mercoledì è stata infatti, una gustosa anticipazione di quello che potrà essere il futuro scontro tv. La Meloni è scesa in campo, come nelle migliori occasioni, rispondendo da par suo alle varie interrogazioni che riguardano l’operato del governo. Si è parlato a 360 gradi: di Gaza, della Magneti Marelli, di Sanità, Ecofin, Stellantis, del Reddito di cittadinanza. E si è parlato di conflitto tra Israele e Palestina e di relativo impegno italiano.
Un minestrone, dove le decisioni di Palazzo Chigi sono state oggetto di un monitoraggio “attento” da parte delle opposizioni, che hanno colto la palla al balzo per inchiodare, secondo loro, l’esecutivo alle sue responsabilità e ai suoi malcelati fallimenti.

Sull’abolizione del Reddito di cittadinanza, Meloni si è scaldata non poco, anche se la domanda è arrivata dalla sua stessa maggioranza: “Se non sei disponibile a lavorare non puoi pretendere di essere mantenuto con i soldi di chi lavora ogni giorno”, ha detto spiegando che con il nuovo assegno di inclusione “darà a chi ne ha diritto un assegno medio più alto, di più di 600 euro”.Una comunicazione efficace. Ma sulla sanità si è registrato il momento più polemico e concitato.

La Schlein è andata giù dura: “Mancano 30mila medici e 70mila infermieri, nei pronto soccorso la situazione è insostenibile, i medici che non fuggono dall’Italia sono già fuggiti. L’unico modo per intervenire è sbloccare il tetto alla situazione, una norma obsoleta datata dal 2004. E non mi risponda che potevamo farlo noi”.

Meloni ha subito risposto perdendo un po’ la sua proverbiale grammatica istituzionale: «La norma del tetto di spesa è del 2009. Non vi dirò perché non l’avete fatto voi, considero una esplicita attestazione di stima il fatto che chiediate a noi di risolvere quello che non avete risolto voi in 10 anni”. E ancora: “Per noi assicurare il diritto alla salute dei cittadini è una priorità assoluta. Il fondo sanitario è ai massimi storici, Covid compreso. Ci stiamo occupando e ci occuperemo della sanità, compreso il superamento del tetto di spesa”. Ma Schlein non si è convinta: “Lei va al governo per risolvere i problemi o per continuare a scaricarli sugli altri? Io ero stata più delicata: sa chi era al governo nel 2009? Quindi il problema l’ha creato lei, state distruggendo il diritto alla salute”. Infine, ha spiegato che l’aumento dei finanziamenti va parametrato all’inflazione:“Se si fa questo calcoloquesti finanziamenti continuano a ridursi se relazionati al Pil”.

Un botta e risposta forte che ha fatto segnare qualche punto demagogico in più alla segretaria dem, come da racconto dei giornali suoi amici. Ma tant’è.

Uno “scontro-matrioska”: la Schlein non ha parlato solo alla Meloni, ma con la stessa narrazione doveva riposizionarsi pure rispetto a Conte, altro antagonista nella guerra intestina per la leadership sinistra.
La premier ha duellato pure col capo grillino. Oggetto del contendere, il patto di stabilità. La premier ha spiegato che il Patto ottenuto è migliore del ritorno alle vecchie regole che avrebbe chiesto all’Italia di avere un avanzo fin dal primo anno. Il patto siglato permetterà invece, oltre al periodo transitorio, di usare il debito per un primo periodo “finanziando servizi pubblici e sanità, ma se ci fosse un altro governo magari finanzierebbe il Superbonus per ristrutturare le magioni con piscina”: “Quelle approvate sono le regole che avremo scritto? No. È l’intesa migliore possibile alle condizioni date, sì. Quando ti presenti al tavolo delle trattative con un deficit al 5,3% causato soprattutto dalla ristrutturazione gratuita delle seconde e terze case e chiedi maggiore flessibilità è possibile che qualcuno ti guardi con diffidenza”.

In replica Giuseppe Conte è stato durissimo, da sembrare molto impostato e retorico: “Presidente, è tornata da Bruxelles con un pacco di stabilità che si scaricherà sulla testa degli italiani. Cosa ha fatto a Bruxelles? Le battaglie si possono anche perdere, ma perderle senza combattere vuol dire perderle con disonore”.

Morale, la rappresentazione mediatica ossessiva e insistita potrebbe produrre un effetto-overdose negli italiani? Un rifiuto? Gli ultimi sondaggi sembrano smentire la tesi. La Meloni è risalita al 47%. Insieme a Fdi (29%), è cresciuta a danno della Lega (ferma all’8%). Ma ha guadagnato pure la sua competitor Schlein e il Pd (dal 18 al 19%), recuperando a danno dei 5Stelle che hanno perso consensi (dal 17 al 16,2%).
Dati tali nuovi numeri, forse prima delle elezioni potremmo assistere a duelli sorprendenti: “Salvini vs Meloni” e “Conte vs Schlein”.

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