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Esecuzione con l’azoto. La pena di morte è nel Dna degli Usa. Ecco perché

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Stato dell’Alabama: Kenneth Smith giustiziato con l’azoto. E’ la prima volta che tale tattica viene usata negli Stati Uniti per una condanna a morte da quando è stata introdotta l’iniezione letale nel 1982.

Il 59enne Kenneth Eugene Smith è ufficialmente morto alle 20.25 locali di giovedì, dopo che l’esecuzione è stata rimandata di alcune ore per attendere l’esito dell’ultimo appello alla Corte suprema americana.
Il metodo di esecuzione con l’azoto “potrebbe essere una tortura”, è il giudizio dell’Onu. Il commissario Volker Turk, dal canto suo, è stato chiaro: “La pena di morte è incompatibile con il diritto fondamentale alla vita. Esorto tutti gli Stati a mettere in atto una moratoria sul suo utilizzo, come passo verso l’abolizione universale”.

Il presidente Biden si è detto “turbato”, mentre il governatore dell’Alabama Kay Ivey ha esultato: “Dopo oltre 30 anni di tentativi di ingannare il sistema, Smith ha pagato per il suo crimine orrendo”. “La sua condanna a morte – hanno aggiunto i suoi uffici – è avvenuta in modo umano ed efficace”. Di opposto avviso l’opinione del reverendo Jeff Hood, che ha assistito all’esecuzione: “Una scena disumana, il condannato si è dimenato per diversi minuti e ha continuato a respirare anche dopo aver perso conoscenza”. Segno di un confronto interno ancora irrisolto e divisivo.

Il tema, infatti, è controverso da sempre. E non solo negli Usa. Non dimentichiamo che fino a qualche decennio fa la pena di morte veniva tollerata da vari ordinamenti. Nello stesso catechismo della Chiesa cattolica la pena di morte era possibile, come estrema ratio, insieme alla “guerra giusta” (l’autodifesa dei popoli).
Principii emendati poi, insieme allo sviluppo sempre più forte di una nuova coscienza cristiana che, privilegiando il diritto alla vita e la sua sacralità, non avrebbe potuto più contemplare il diritto di uccidere, né da parte di uno Stato, di un’autorità pubblica, né da parte di persone singole (ad esempio, l’aborto).

La stessa sensibilità laica e democratica ha totalmente tolto di mezzo il ricorso alla pena capitale. Processo che ha portato a ridurre pure l’ergastolo, per le medesime ragioni: il lato riabilitativo della pena (non unicamente punitivo), che sul piano giuridico ha assorbito, insieme al laico riscatto civile e sociale, i valori cristiani del pentimento, del cambiamento, della redenzione, della conversione.

Invece gli Usa sull’argomento hanno mantenuto un atteggiamento ambiguo, ondivago, opaco, spesso di pancia (legato ai fatti di cronaca): alcuni Stati hanno conservato la pena di morte, riducendone però il ricorso, altri l’hanno congelata, altri ancora abolita.
Ma è interessante osservare che la più grande democrazia mondiale da anni è al centro di un approfondito monitoraggio a 360 gradi. Secondo molti osservatori non solo starebbe regredendo a livello politico e istituzionale (il populismo irrefrenabile anti-casta, rappresentato dal fenomeno-Trump), ma pure a livello di giustizia.
E il ritorno a esecuzioni cruente sembrerebbe confermare la tendenza.

Al di là del dibattito in questione, ci si chiede come mai le armi, la pena di morte, siano state e siano ancora elementi distintivi della storia di un’intera nazione.
La spiegazione risiede nel Dna degli Usa. Se si costruisce uno Stato la cui Costituzione pensa di dover garantire “il diritto alla felicita” dei cittadini, realizzando di fatto nelle intenzioni del legislatore, una società perfetta “secondo Dio e secondo la Ragione” (unendo il massimo dei principi religiosi e il massimo dei principi illuministici), il risultato non può che essere “l’impero del bene”, il Paradiso sulla terra. E il bene per definizione, non può accettare né tollerare il male. Quindi, il male va estirpato sul nascere, come anomalia pericolosa e bubbone putrescente e contagioso. E’ da tale postura che nasce e viene considerata normale la pena di morte. Combattuta magari oggi per l’effetto emotivo o sentimentale, ma mai eliminata del tutto dalla coscienza collettiva americana. Quante volte abbiamo sentito dire nel lessico Usa (dai militari, ai politici ai film) “Fai o abbiamo fatto la cosa giusta”? Ciò spiega l’impero del bene a qualsiasi latitudine, politica estera e guerre comprese.

Che differenza rispetto agli ordinamenti europei che non risentono della mentalità protestante, ma cristiana (anche se secolarizzata), recepita dagli ordinamenti positivi. Da noi il male è funzionale e in rapporto dialettico col bene. Tra l’uno e l’altro c’è di mezzo una parola importante: il cambiamento, la volontà di correzione, la misericordia, che sono molto attenuati negli Usa, dove l’impostazione appunto protestante, divide le persone in eternamente dannate ed eternamente beate.
Ecco perché sarà molto difficile, al di là degli interessi delle lobby che finanziano le campagne elettorali, eliminare totalmente il mercato delle armi e la pena di morte.

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