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Manipolazione affettiva, Bruzzone: “I tipi di cui non fidarsi”

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Manipolazione affettiva e violenza psicologica, due facce della stessa medaglia. La criminologa Roberta Bruzzone sta girando l’Italia con uno spettacolo intitolato “Favole da Incubo” proprio con l’intento di mettere in guardia le donne dal rischio di finire vittime di abili manipolatori, raccontando storie purtropppo finite in tragedia pur essendo nate come delle favole stupende. Noi de Lo Speciale l’abbiamo intervistata per approfondire l’argomento.

Dottoressa, ci può spiegare cosa significa tecnicamente il termine manipolazione affettiva?

“E’ la tecnica relazionale utilizzata da soggetti che vogliono instillare nell’altro bisogni che in realtà non gli appartengono, al solo scopo di dominarlo, controllarlo e condurlo a soddisfare i bisogni propri. E’ una strategia che porta gradualmente ed in modo subdolo ad inculcare nell’altro paure, insicurezze, necessità che non ha mai avuto, e che permetteranno così al manipolatore di sfruttarlo totalmente”.

Ha parlato di strategia. Come si manifesta?

“A piccole fasi. Quella iniziale prevede l’aggancio affettivo del manipolato che si trova dentro una relazione per lui assolutamente favorevole. Il primo passo è trasmettere un insieme di stimoli positivi da parte del manipolatore, ovvero grandi attenzioni, tanto affetto, regali, supporto assoluto, stimoli costruiti ad arte per convincere l’altro di aver incontrato la persona migliore del mondo. Quando si rende conto di aver raggiunto lo scopo e di aver costruito un legame solido di cui l’altro non può più fare a meno, il manipolatore getta la maschera e inizia la fase malevola della manipolazione vera e propria”.

In che modo?

“L’altro viene prima confuso, poi impaurito, poi addirittura terrorizzato, per portarlo così ad assecondare tutte le richieste, anche quelle più pericolose, anomale, umilianti, sotto la minaccia di troncare il legame. E’ la stessa tecnica usata dagli spacciatori nei confronti dei tossicodipendenti. Si inizia dando loro delle dosi gratis, poi quando assumono una dipendenza totale vengono messi nella condizione di fare tutto ciò che viene loro richiesto pur di avere la droga”.

Quindi sta dicendo che è bene diffidare di chi all’inizio si mostra particolarmente affettuoso, premuroso, amorevole?

“Inizialmente tutte le relazioni partono allo stesso modo, sia quelle sane che malate. Tutto sembra meraviglioso e non è detto che non lo sia realmente. Quando però si ha di fronte un manipolatore questa fase è essenzialmente utilizzata per costruire una dipendenza assoluta da quel legame. Quindi bisogna essere in grado di cogliere dei segnali precisi”.

Quali?

“Il manipolatore si presenta come il principe azzurro delle favole, o la principessa a parti inverse. Deve insospettirci il fatto di essere troppo perfetto, troppo accondiscendente, troppo premuroso. In una relazione sana quando si costruisce un rapporto d’amore, è necessario ridurre i propri spazi per fare posto all’altro. Il manipolatore cerca invece di ridurre tutti gli spazi dell’altro puntando soprattutto ad isolarlo e renderlo dipendente unicamente da lui. Questo è già un primo indicatore importante da non sottovalutare. Se due persone si innamorano ci deve essere spazio anche per le relazioni precedenti, la famiglia, gli amici, le attività, le passioni, mentre il manipolatore cerca di azzerare il resto del mondo”.

Nella manipolazione affettiva c’è anche violenza psicologica?

“Assolutamente sì, anzi direi che la manipolazione affettiva è la principale forma di violenza psicologica. L’obiettivo è assoggettare completamente l’altro ai propri desideri e questo è il principale modo per esercitare violenza sulla vittima”.

In questo caso come comportarsi?

“Vanno colti i segnali. Innanzitutto l’esercitazione sistematica del controllo sull’altro che di fatto si trova impossibilitato a compiere ogni azione senza la presenza e il consenso del manipolatore. Questo diventa il protagonista assoluto della vita del manipolato, delle sue azioni, delle sue attività, delle sue amicizie, negandogli ogni spazio di autonomia. Bisogna per esempio stare in guardia quando si manifesta un controllo ossessivo nei confronti di tutto ciò che riguarda la vita relazionale della vittima, il telefono, i social, le amicizie, il lavoro, il tempo libero. Quando ci si rende conto di essere caduti in trappola è necessario chiedere aiuto perché da soli non se ne esce”.

Le favole da incubo che lei sta raccontando dimostrano proprio questo, che da soli non se ne esce?

“Purtroppo le storie che racconto hanno per protagoniste persone che non ce l’hanno fatta a salvarsi e alla fine sono rimaste vittime del manipolatore. Lo faccio proprio con l’obiettivo di far comprendere che cosa quelle vicende ci insegnano e i messaggi che contengono per evitare che possano ripetersi. Cerco di far capire come si costruisce la manipolazione affettiva, attraverso quali fasi e strategie, e soprattutto mostrando i segnali che non devono essere mai trascurati. Le favole sono belle, ma nella vita reale possono facilmente trasformarsi in incubo proprio se non si è in grado di comprendere che non può esistere il principe azzurro ideale, perfetto, pronto a soddisfare ogni nostro desiderio. Sono convinta in questo modo di contribuire a far maturare la consapevolezza che la propria autonomia è la forza più grande che abbiamo e che nessuno deve toglierci”.

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