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De Mita: «Disagio dei cattolici reale, ripartiamo da Base popolare»

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Il Partito democratico l’ha solo sfiorato. Pochi mesi di militanza e poi ha salutato senza troppi rimpianti. Giuseppe De Mita, 56 anni, un passato da deputato e da assessore regionale in Campania e nipote di Ciriaco, si è rimesso quindi in cammino da cattolico-popolare inquieto sperimentando nuovi percorsi che potessero riaffermare il protagonismo dei cattolici in politica.

Onorevole De Mita, Elly Schlein sta trascinando su posizioni oltranziste il Pd. Nel Veneto la consigliera Anna Maria Bigon con un’astensione sulla legge regionale sul fine vita ha posto una seria questione di coscienza, mentre Graziano De Rio ha sollecitato la segretaria a farsi qualche domanda. Gino Bartali avrebbe detto: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Fu un errore creare il Pd o non avrebbe senso oggi rifondarlo?  

«Sul piano storico fu un errore, la remota possibilità di creare un soggetto politico che svolgesse prometeicamente un’azione riformatrice fu vanificata da subito. Si pasticciò molto sul piano delle premesse culturali. Fu allestito un soggetto politico all’insegna del “ma-anchismo” di Veltroni, successivamente satireggiato dal comico Corrado Guzzanti, se non erro, secondo il quale il neonato partito era spesso a favore di un particolare tema contingente, ma anche del suo opposto. Un catalogo universale “a-selettivo” con il quale si evitava di prendere posizione. Ricordo ancora una lucida analisi di Giuseppe De Rita, presidente del Censis, secondo il quale il neonato Pd avrebbe avuto la possibilità di scompaginare il quadro politico, ma si preferì creare un’entità esattamente speculare al centrodestra con la discriminante, però, che dall’altra parte c’era Berlusconi. E infatti vinse Berlusconi. Nel tempo si è perseverato nella strategia del “noi o loro” con i risultati che sappiamo. Sa perché la Meloni ha vinto? Perché ha ascoltato i bisogni della gente. Da questa parte invece si è criticato il bisogno della gente. Rifondare invece il Pd? Sarebbe antistorico».

C’è ancora spazio per i cattolici nel Pd, secondo lei?

«Il punto non è questo. I cattolici devono interrogarsi sul loro ruolo nella società, non nel Pd, che rappresenta una vicenda peraltro marginale della politica italiana. Il fatto che i cattolici, ma non solo, siano attraversati dai grandi dubbi della modernità non è un limite, ma una straordinaria opportunità. Tutti sono sbandati, ma proprio per questo bisogna parlare all’universo non più a piccola nicchia di riferimento. Non sono per esempio d’accordo con l’analisi malinconica di Castagnetti sul Pd che si è tradotta nella denuncia sulla mancanza di cattolici nella segreteria del partito. La trovo assai riduttiva. Semmai è emblematica la vicenda della Bigon che ha posto una questione di coscienza sul fine vita: anziché riunire il partito per aprire una riflessione profonda si è preferito ammonire la Bigon solo per assecondare gli umori dei dirigenti».

I cattolici sono un popolo in cammino, ma non sanno dove andare. Possono ancora coltivare l’ambizione di incidere senza avere alle spalle un grande partito come la Dc?

«Incidere significa ragionare e argomentare. C’è un passato di natura confessionale che ha caratterizzato la nostra azione fatto formule come famiglia e valori non negoziabili, tuttavia oggi bisogna avere la capacità di ripensare a questi caposaldi in relazione al momento storico in cui si vive con l’obiettivo di tutelare la dignità all’individuo. Non esistono valori non negoziabili, in sostanza, ma l’interpretazione delle sensibilità sociali del momento in ragione della quale va garantita la centralità degli individui. Quindi la platea a cui parlare è molto più ampia di una fetta di cattolici. Non è incartandoci sugli equilibri del maggioritario o del proporzionale che si dà una risposta alle nostre inquietudini. D’altronde i 5 Stelle non si sono fatti troppe domande sul tipo di legge elettorale in vigore. Si sono immedesimati nelle istanze della gente e hanno vinto le elezioni».

Servirebbe ancora un grande partito di centro, oggi?

«Non serve né un grande partito né uno piccolo, serve un luogo nel quale i cattolici possano offrire risposte senza la necessità di unirsi per forza di cose a pensieri diversi come un populismo che divide la società in buoni e cattivi o alla tecnocrazia ispirata al pareggio di bilancio. Semmai sarebbe auspicabile operare in un pluralismo di umanesimi, per dirla come Aldo Moro, per affrontare le sfide della modernità. I cattolici devono tornare a essere, autonomamente, dei riferimenti culturali».

Onorevole Di Mita, dopo le esperienze de “L’Italia è Popolare” e “Popolari in Rete” quale progetto c’è nel prossimo futuro di voi cattolici inquieti?

«La settimana scorsa a Roma abbiamo lanciato Base Popolare. Un progetto che parte dal basso per coniugare esperienze territoriali e riammagliare storie, vicende ed esperienze personali per un nuovo protagonismo dei cattolici. Un progetto che condivido con gli amici Lorenzo Dellai, Gaetano Quagliariello, Mario Mauro, Gian Mario Spacca e Francescomaria Tuccillo. Cercheremo di presentare il nostro simbolo alle amministrative di primavera misurandoci in qualche realtà di Campania, Sicilia, Sardegna. Facciamo rete pur nelle nostre diversità».

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