E “Berta filava”… apre a Trastevere la mostra su Rino Gaetano

venerdì, 16 Febbraio 2024
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Rino Gaetano

La tuba nera, regalo di Renato Zero, esibita al festival di Sanremo del 1978, i maglioni colorati sfoggiati con disinvoltura, l’accappatoio indossato provocatoriamente al Festivalbar78, ma anche numerosi oggetti personali come il passaporto, le sue macchine fotografiche, la collezione di dischi, le foto e le cartoline di famiglia, i testi dattilografati delle sue canzoni. Apre a Roma, al Museo in Trastevere, la mostra su Rino Gaetano, la prima dedicata al cantautore, morto tragicamente a soli 30 anni nel 1981, che ha lasciato però un’eredità artistica capace di essere ancora straordinariamente attuale. La scelta del museo è emblematica poiché non è molto distante dal Folkstudio, dove mosse i primi passi da musicista e dove fiorirono grandi artisti come Antonello Venditti e Francesco De Gregori.

Nato a Crotone il 29 ottobre 1950, Salvatore Antonio Gaetano, detto Rino, è considerato un padre geniale e inclassificabile del pop italiano. Poeta dallo stile unico e tagliente, con una voce graffiante e testi apparentemente disimpegnati ma carichi di contenuti, sconvolse lo stile politicamente corretto delle esibizioni canore in un periodo complicato del Paese, prim’ancora che alcuni rivoluzionari interpreti degli anni ’80 facessero a pezzi certi stereotipi. «Un marziano a Sanremo», scrissero. In effetti era talmente avanti da risultare incomprensibile ai più. Con il suo stile volutamente beffardo e canzonatorio seppe graffiare società e politica, senza mai nascondersi dietro etichette conformiste.

L’artista viene celebrato con un viaggio che ripercorre la sua formazione e gli aspetti più privati, attraverso “tante rarità” gelosamente conservate e concesse per l’occasione dalla sorella Anna: documenti, foto, cimeli artistici, dischi, video, strumenti musicali, oggetti, abiti di scena, manifesti e la collezione di cappelli che mettono in relazione la sua voglia di leggerezza con la sua capacità di affrontare temi impegnati senza nascondersi: arroganza del potere, diritti, ambiente, emancipazione della donna. Nascondeva la denuncia sociale di quell’Italia ancora bacchettona dietro l’ironia delle sue beffarde filastrocche che vivono ancora oggi. Con “Gianna” fu il primo a pronunciare sul palco dell’Ariston la parola “sesso”.

«Nei suoi testi, fatti di sberleffi e di battute caustiche – è scritto nella pagina di presentazione della mostra nel sito web del museo – additava l’eterna crisi dell’Italia, quella delle auto blu e degli evasori legalizzati di Nuntereggae più con versi come “vedo tanta gente che nun c’ha l’acqua corrente, e non c’ha niente, ma chi me sente”. O ancora l’esaltazione della forza femminile di Gianna che “difendeva il suo salario dall’inflazione”, sino alla sua celebre Ma il cielo è sempre più blu, intrisa di luoghi comuni e di misfatti che i benpensanti definiscono progresso, ai quali si contrappone l’indomabile speranza dei “sognatori” che vagheggiano “un cielo sempre più blu”. E poi ancora, ma la lista è lunga, Berta filava, Sfiorivano le viole, che con linguaggio desueto trattava i temi dell’emarginazione. La vetta creativa viene raggiunta con l’album “Mio fratello è figlio unico” che resta uno dei dischi più importanti non solo della carriera del cantante, ma in generale della musica italiana».

Ambasciatori della mostra sono Riccardo Cocciante (che con Gaetano incise il QConcert nel 1981, che conteneva “A mano a mano” di Cocciante eseguita da Rino Gaetano, “Aida” di Gaetano cantata da Cocciante e “Ancora insieme”, cantato da entrambi con Giovanni Tommaso dei New Perigeo) e Giusy Ferreri.
«Rino deve essere definito come artista, perché l’artista è colui che non sceglie quello che fa, ma è scelto dalla vita per fare qualcosa – racconta Cocciante – Rino doveva fare il cantautore. Insieme eravamo due personaggi all’opposto, ma ci univa la difficoltà di vivere. Eravamo visti male negli anni Settanta, capelloni e aggressivi nella nostra proposta. Ma un artista deve essere aggressivo, altrimenti non esiste. Ha lasciato non solo a me, ma a un vastissimo pubblico il racconto di un vero cantautore che si è saputo porre con assoluta verità e con l’ironia che lo ha sempre contraddistinto». Giusy Ferreri sottolinea la potenza del personaggio: «Mi è sempre piaciuto il suo modo di descrivere il mondo che lo circondava aveva predetto che la sua musica sarebbe arrivata ai giorni nostri, alle future generazioni. Aveva ragione».

La mostra, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura; Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, a cura di Alessandro Nicosia e Alessandro Gaetano, nipote del cantautore, è organizzata e realizzata da C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura. Chiuderà il 28 aprile.

Foto: museodiromaintrastevere.it

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