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Meglio l’inglese nelle università, il caso del Campus di Rimini

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lingua italiana

C’è un’università, la prestigiosa Alma Mater di Bologna, che ha deciso di abolire, nell’ambito delle attività didattiche del Campus di Rimini, il corso di Economia del Turismo in lingua italiana istituendone, in sostituzione, un omologo in inglese. Le ragioni? Si presume che siano determinate dall’”ineluttabile” processo di internalizzazione, dal miglioramento della competitività dell’ateneo, dall’offerta di “nuove e migliori” opportunità agli studenti, dalla mancanza (anche qui presunta) di efficacia dell’italiano, ritenuto ormai un idioma marginale. Premesso che non si capisce perché l’”ineluttabile” internazionalizzazione debba essere declinata solo attraverso l’inglese, va detto che l’Alma Mater segue la tendenza diffusa di molte università italiane, capofila il Politecnico di Milano, che stanno introducendo con una frequenza impressionante corsi in lingua inglese a discapito dell’italiano violando una recente sentenza della Corte Costituzionale (la 42 del 21 febbraio 2017) secondo la quale “le università italiane non possono istituire interi corsi di studio in lingua straniera, salvo che non predispongano corsi omologhi anche in italiano”. La pronuncia della Consulta si è rivelata lettera morta e le università sono andate tranquillamente per la loro strada al punto che in taluni contesti accademici c’è una preponderante maggioranza di corsi in inglese con la conseguenza che molti studenti italiani potrebbero desistere dall’intraprendere un percorso di studi perché non hanno la possibilità di farlo nella propria lingua. Insomma, un mondo capovolto.

Tuttavia, c’è chi contesta questa decisione dell’ateneo bolognese: sono molti imprenditori del Riminese, terra di turismo per eccellenza, che ritengono tale provvedimento nocivo per la produttività delle proprie aziende. La questione è stata sollevata da italofonia.info, un blog creato da un gruppetto di “resistenti” dedicato alle vicende linguistiche, culturali e politiche intorno alla lingua italiana. Le dichiarazioni rese da un’albergatrice in un’intervista rilasciata al blog sono eloquenti.

«Mio figlio e gli altri ragazzini della sua classe non possono più scegliere. Vede, noi siamo a Rimini, qui c’è il cuore del turismo, noi viviamo di turismo, e questa facoltà era molto ambita dai ragazzi di zona. Ed era già in due lingue, ma separate: un percorso di Economia del Turismo, in italiano, pensato per le esigenze del territorio, e Turismo Internazionale, in inglese. Ora questa scelta è stata tolta. E questo li metterà in difficoltà. (…) Un conto è studiare le lingue straniere a scuola, un altro conto è fare tutto un percorso universitario in lingua straniera. Soprattutto materie come diritto, economia, matematica, che già sono difficili in italiano… affrontarle anche con la complessità della lingua rischia di complicare molto le cose.

Ne ha parlato con l’università, alle giornate di orientamento?

Sì, io all’open day l’ho fatto presente. Anzi, non l’avevano detto chiaramente, semplicemente vedevo solo il corso con il nome in inglese e allora ho chiesto. Loro hanno minimizzato quelle che potevano essere le difficoltà per i ragazzi, parlando invece genericamente di opportunità. (…) Una scelta infelice, sì, quella di sopprimere quello che tanti ragazzi riminesi facevano con orgoglio. Anzi, non solo riminesi, perché c’era tutto un bacino d’utenza di ragazzi che venivano dal sud, dalla Puglia, dall’Abruzzo, dalla Campania…

Ma i responsabili del corso le hanno dato delle motivazioni della loro decisione?

Quando, dopo la presentazione, ci ho parlato in separata sede, loro mi hanno spiegato che monitorando la situazione hanno visto che i numeri sul corso in italiano stavano calando e loro volevano ampliare il numero degli aderenti puntando su quello in inglese. Mi hanno detto che avevano tanti ragazzi non solo europei ma anche asiatici che venivano a Rimini per frequentare questo corso.

Sembra che stiano cercando nuovi “clienti” su un altro mercato. La dico male.

No no, ha detto benissimo. Ho avuto proprio questa impressione, che cercassero clienti. Cercano un bacino più ampio ma pare che non si chiedano se davvero il territorio ne trarrà beneficio. Sembrano pensare solo alla loro università, ai loro iscritti, ai loro numeri».

La vicenda è arrivata ai giornali anche grazie all’interessamento dell’Accademica della Crusca che ha scritto una lettera aperta al Rettore dell’Università di Bologna, Giovanni Molari, e al ministro dell’Università Anna Maria Bernini. Ecco i passaggi chiave della lettera firmata dal presidente Paolo D’Achille. «Il titolo del corso, Economia del turismo nella dismessa intitolazione italiana, Economics of Tourism and Cities in quella inglese, parla di turismo ed è verosimile pensare che ci si riferisca a quello che ha per oggetto l’Italia, le sue città, il suo incomparabile patrimonio di beni naturali, artistici, archeologici, storici e culturali. Possibile che in questo quadro la lingua italiana sia tagliata del tutto fuori? Ma i nomi delle città, degli artisti, delle opere, dei Musei, non sono ancora in italiano? La progressiva eliminazione dell’italiano dall’insegnamento universitario (come pure dalla ricerca) in vista di un futuro monolinguismo inglese costituisce, come ha osservato anche la European Federation of National Institutions for Language (EFNIL), un grave rischio per la sopravvivenza dell’italiano come lingua di cultura, anzitutto, ma anche come lingua tout court, una volta privata di settori fondamentali come i linguaggi tecnici e settoriali».

Ora, è vero, questo disgraziato Paese ha numerose urgenze, ma se nemmeno il governo attuale riesce ad affrontare un argomento, considerato cavallo di battaglia, con politiche attive per la tutela e la valorizzazione della lingua italiana, c’è il rischio che proprio le istituzioni condannino scientemente il nostro idioma, depositario di un gigantesco bagaglio culturale, all’estinzione.

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