Domenica si svolgeranno le elezioni regionali in Abruzzo e gli elettori saranno chiamati a scegliere se riconfermare il governatore uscente Marco Marsilio di Fratelli d’Italia sostenuto da tutto il centrodestra di governo, o se cambiare eleggendo lo sfidante Luciano D’Amico sostenuto da un campo largo di centrosinistra che parte dal Pd, abbraccia il Movimento 5Stelle e arriva fino al Terzo polo di Azione e Italia Viva.
E’ evidente come il test abruzzese non avrà soltanto una valenza locale ma assumerà un significato nazionale per entrambi gli schieramenti.
Il centrodestra di governo, e FdI in particolare, ha necessità di vincere per archiviare definitivamente l’incidente sardo, ovvero la sconfitta di due settimane fa avvenuta per poco più di mille voti di scarto, in una partita che fino all’ultimo ha visto un estenuante testa a testa fra i candidati. L’esito negativo della Sardegna è stato determinato in primo luogo dai contrasti interni alla coalizione, specie fra Fdi e Lega, con i salviniani che non hanno gradito la defenestrazione del governatore uscente Solinas. A fare la differenza sull’Isola è stata soprattutto la possibilità del voto disgiunto che in Abruzzo non è contemplata, e che ha visto una notevole distanza fra il voto delle liste di centrodestra e i voti al candidato presidente Truzzo voluto dalla Meloni.
In Abruzzo quindi non ci sarà spazio per giochi trasversali o regolamenti di conti fra alleati, ma proprio per questo diventa ancora più necessario per il centrodestra che Marsilio vinca, dal momento che non sarà possibile ridimensionare la sconfitta come avvenuto in Sardegna.
Una sconfitta in Abruzzo sarebbe uno smacco troppo grosso per Meloni, un campanello d’allarme chiaramente preoccupante, il segnale di un malessere che inizia a serpeggiare dal basso. Per quanto sotto esame ci sia soprattutto il governo della Regione degli ultimi cinque anni, è evidente come il voto regionale abbia poi ripercussioni in ambito nazionale; non a caso la conquista del potere da parte del centrodestra, che ha preparato la strada all’avvento della Meloni a Palazzo Chigi, è partita proprio con la vittoria nelle regioni che hanno determinato un trend in continua evoluzione. Quindi, se Marsilio vincerà il governo uscirà rafforzato e il voto della Sardegna perderà di significato; in caso contrario sarà necessario prendere atto che il vento sta cambiando, che la luna di miele con il Paese è in crisi e che il governo deve correggere la direzione di marcia se vorrà evitare un effetto a catena destinato poi a ripercuotersi su tutti i futuri appuntamenti elettorali preparando il campo al ritorno del centrosinistra.
Restando nel perimetro del centrodestra, va detto che la Meloni non può permettersi di perdere in Abruzzo soprattutto nei confronti della Lega, che dopo la sconfitta in Sardegna ha puntato i piedi chiedendo che sia concesso semaforo verde alla ricandidatura di Luca Zaia in Veneto nel 2025. Ipotesi questa che non trova d’accordo FdI e ancora meno Forza Italia. Marsilio è un militante della prima ora di Fratelli d’Italia, oltre che un autorevole dirigente del partito. E’ chiaro che un’eventuale sconfitta non farebbe che indebolire il potere di FdI all’interno della coalizione visto che dopo aver fallito con Truzzu in Sardegna si ritroverebbe bocciato il principale governatore in carica, anche se i conti veri si faranno alle europee.
Se invece Marsilio vincerà, il centrodestra potrà cantare doppiamente vittoria, sia perché vedrà premiata l’azione di governo sul territorio, ma soprattutto perché avrà vinto contro tutta l’opposizione unita, visto che in Abruzzo D’Amico è riuscito a mettere insieme Schlein, Conte-Renzi e Calenda, ovvero quel campo largo che sembra rappresentare l’unica possibilità per il centrosinistra di tornare a vincere a livello nazionale.
La sconfitta del centrosinistra inoltre determinerebbe proprio il fallimento del cosiddetto campo largo, dimostrando come gli elettori non apprezzino le ammucchiate, le coalizioni modello Unione del 2006 che puntavano a raggruppare tutto e il contrario di tutto soltanto allo scopo di riuscire a vincere, e che quindi la prospettiva di un’alleanza larga che da Schlein arrivi fino a Renzi passando per Conte e la sinistra ambientalista e radicale, è destinata a fallire in partenza.
Sono tante quindi le poste in gioco, da una parte come dall’altra. E se il centrodestra come detto ha bisogno di dimostrare che la sconfitta di strettissima misura in Sardegna alla fine non ha significato nulla, il centrosinistra punta invece a dimostrare che non è stato affatto un incidente di percorso del centrodestra, una vittoria quasi regalata dagli avversari, ma la prova di un malcontento che cresce nel Paese e che darà al Pd e alle altre forze di opposizione la forza di compattarsi per battere il governo in carica. Vedremo se per Schlen e compagni sarà stata tutta una grande illusione.



