Omicidio di Frosinone, la reazione dei cittadini e la sociologia sbagliata

giovedì, 14 Marzo 2024
4 minuti di lettura

Mentre proseguono le indagini per fare luce sull’omicidio avvenuto a Frosinone in pieno centro sotto gli occhi delle persone in un’ora di punta lo scorso sabato, il capoluogo della Ciociaria si mobilita per dire No alla violenza.

Domani, venerdì 15 marzo alle 19,30 al grido di “Non siamo indifferenti” la gente si riunirà all’ingresso del Parco Matusa a Piazza Cervini, per dare vita ad un corteo silenzioso.

“Dopo i cruenti fatti di sabato 9 marzo, con l’uccisione di un giovane in via Aldo Moro a Frosinone, in accordo con altre associazioni presenti sul territorio abbiamo sentito l’esigenza di organizzare una manifestazione per la legalità – spiega l’Associazione culturale “Tutti i colori del libro” -Martedì sera ci siamo riuniti nei locali del Laboratorio Scalo, grazie all’ospitalità del presidente Luca Teatini, e riflettuto a lungo su quanto potesse essere fatto dai semplici cittadini per richiamare l’attenzione su quanto accaduto”.

“Un ragazzo di 27 anni -prosegue la nota – è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. In carcere per il suo omicidio c’è un giovane che di anni ne ha appena 23. Il primo si chiamava Kasmi Kasem, il secondo Michea Zaka. È accaduto a Frosinone, in via Aldo Moro, un sabato pomeriggio alle 19. L’ora del passeggio, l’ora dell’aperitivo. È accaduto in pieno centro. In mezzo ai ragazzini dello struscio, tra i passeggini. La notizia non ha bisogno di tanti particolari. È la cronaca. Fredda, spicciola, il formale racconto di un episodio cruento. Poi c’è il resto, fatto di mille sfumature. C’è la paura, lo sgomento, per alcuni l’incredulità. Ma c’è soprattutto la riflessione, inevitabile e necessaria. Perché non è dimenticando che passa la paura. Non è omettendo che si risolve il problema o si cancella un disagio che non è di oggi, ma parte da lontano. Avremmo potuto far finta di niente. Avremmo potuto nasconderci in frasi dozzinali, come “succede ovunque”, “è un episodio isolato”, o in gelide dichiarazioni in cui si fa riferimento a bande che nulla avrebbero a che fare con il resto della città. Però in un punto preciso di un marciapiede di via Aldo Moro, nella nostra città, c’è probabilmente ancora il sangue di un ragazzo di ventisette anni morto ammazzato. E allora noi abbiamo il dovere e il diritto di interrogarci sulla necessità di non mettere sotto al tappeto della città il suo enorme disagio solo per tornare alla nostra “tranquillità”, al quieto vivere di una cittadina di provincia in cui troppi segnali sono stati forse ignorati. Da tutti. Da ognuno di noi. C’è una sola città, non due inconciliabili. Non può esserci la parte sana e quella dei carnefici, perché altrimenti diventa tutta un’enorme bugia. Ecco perché non possiamo ignorare. Tutta la città scenda in strada per una marcia silenziosa. È il primo passo”.

Intanto sul fronte delle indagini è stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare per Mikea Zaka, il giovane di 23 anni accusato di aver ucciso Kasmi Kasem e ferito altri tre connazionali albanesi. Il giudice per le indagini preliminari ha ritenuto esserci tutte le circostanze per tenere in carcere il ragazzo, mentre gli accertamenti della squadra mobile della questura di Frosinone, coordinati dalla Procura del capoluogo, vanno avanti. La ricostruzione sembra chiara stando alle immagini acquisite dagli investigatori della Polizia di Stato e alle prime dichiarazioni dell’indagato rilasciate dopo essersi consegnato in questura.

Gli inquirenti sono sempre più convinti che dietro l’omicidio ci possa essere un regolamento di conti tra bande di albanesi legate al traffico di sostanze stupefacenti, mentre sembrerebbe convincere sempre meno la tesi sostenuta dall’indagato, ovvero quella di una sparatoria legata a questioni di gelosia sentimentale. Il presunto assassino sarebbe dovuto essere la vittima di una spedizione punitiva organizzata dalla vittima e da tre suoi complici, ma l’indagato compresa la situazione avrebbe agito per primo.

Saranno le indagini a chiarire la dinamica dei fatti, ma ciò che sconcerta di più è il fatto che sempre più spesso simili vicende si verificano in mezzo alla strada, mettendo a repentaglio la vita delle persone. E ciò non è avvenuto nei vicoli della Napoli dove si scontrano le bande dei camorristi, ma in quello che dovrebbe essere un tranquillo capoluogo di provincia.

E Frosinone non è l’unico caso. Anche Viterbo, che per anni ha goduto della nomea di “oasi felice” con la sua parte medievale dove tanti aspiravano ad abitare per godersi pace, tranquillità e fuggire dal caos e dai pericoli della Capitale, è diventata una città quasi invivibile, con alcune zone in cui è letteralmente proibito girare di notte, e dove accoltellamenti, risse a suon di bottigliate e teste spaccate per lo più fra bande di immigrati o fra baby gang sono all’ordine del giorno.

Che fare dunque?  Non rassegnarsi è senza dubbio la prima cosa da tenere in mente, per evitare di lasciare campo libero alla criminalità facendo vincere la paura o il disinteresse sulla capacità di reagire. Quindi ben venga il corteo a Frosinone per dimostrare che la parte sana della città intende difendere i luoghi simbolo della socialità e non lasciare campo libero a chi vuole violarli.

Poi naturalmente serve uscire da quella logica buonista che troppo spesso porta a ridurre la portata di certi fenomeni criminali riconducendoli a motivazioni di carattere sociale, quasi trasformando i delinquenti in vittime da comprendere, con l’intento di non mettere in discussione il dogma dell’accoglienza e della società multiculturale.

E allora, tanto per iniziare, basta ipocrisie! Non è accettabile descrivere la vittima e il suo presunto assassino come le giovani vittime di un disagio. C’è un contesto criminale in cui due o più persone si sono scontrate l’un l’altro armate probabilmente per far capire chi comandava e con il chiaro intento di imporre la propria supremazia, com’è nello stile delle bande di albanesi che si contendono il mercato della droga e della prostituzione. Non serve scomodare improbabili quanto suggestive analisi sociologiche. E dietro a tutto ciò c’è sicuramente il fallimento di una mistica dell’accoglienza che sempre più spesso dimostra tutte le sue contraddizioni e che ha favorito nelle nostre città la creazione di vere e proprie zone franche governate da bande criminali di immigrati; quelle stesse bande che da una Capitale sempre più affollata si sono spostate in quelle “zone vergini” dove c’era terreno fertile per impiantare e consolidare i propri traffici. E va da sé che per troppo tempo si è sottovalutato questo rischio, riducendo certi campanelli d’allarme a casi isolati e ritrovandosi ora con il rischio sempre più concreto di finire accoppati da qualche pallottola vagante mentre si fa shopping o si sta seduti al bar a consumare l’aperitivo.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.