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Torino, omicidio Musy, il movente non regge. Un libro “riapre” il caso

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Un delitto inspiegabile che sconvolge Torino e una condanna all’ergastolo. Ma a distanza di anni il movente non convince. Mercoledì 21 marzo 2012, alle 8 del mattino, cinque spari riecheggiano nell’androne di un palazzo signorile nel centro storico di Torino, in Via Barbaroux. A terra rimane un uomo che ha appena accompagnato due delle tre le figlie a scuola. Si chiama Alberto Musy, ha quarantacinque anni, è avvocato e professore universitario. Nel corso della sua carriera universitaria ha insegnato alla Bocconi, all’Academie de Nantes, alla Benjamin N. Cardozo School of Law di New York e in altre università straniere. Alle elezioni comunali della primavera del 2011 era stato candidato a sindaco per il Terzo Polo. Entrato in consiglio comunale, era stato capogruppo dell’Udc. Quello che si direbbe un brillante rappresentante della società civile. Le telecamere di sorveglianza della zona inquadrano l’aggressore. Ha una statura corpulenta e indossa un casco integrale. Per farsi aprire finge di essere un corriere, spara cinque colpi che feriscono Musy, di cui uno, quello fatale, alla testa. Dopo il delitto si dilegua indisturbato. Alberto Musy morirà dopo diciannove mesi di atroce agonia, lasciando un interrogativo aperto. Chi è stato a sparargli? E perché?

A dodici anni dal delitto, Massimiliano Griner e Alessandro Melano pubblicano il libro-inchiesta “L’uomo con il casco”, per la collana “Al limite” per Marlin Editore, ricostruendo questa “cause célèbre” come se fosse un giallo, dal giorno dell’aggressione al processo in Assise. Processo che individua l’assassino in un illustre sconosciuto, Francesco Furchì, tra l’altro conoscente di Musy, ragioniere animatore di una piccola associazione culturale, e lo condanna all’ergastolo. Il movente? Rancori personali contro la vittima. Nonostante gli indizi convergano su di lui, l’imputato respinge ogni accusa: nessun astio verso Musy, anzi lo considerava un amico. A distanza di oltre dieci anni dai fatti, rimangono gli interrogativi di fondo: cos’ha indotto un uomo qualunque a trasformarsi in un killer spietato? E soprattutto qual è il movente, che nel processo non è emerso, che l’ha spinto ad agire secondo la metodologia tipica di un’esecuzione mafiosa?

Con questo libro gli autori provano a superare la verità processuale. «Abbiamo ragionato sulla possibile chiave del vero movente – spiega Massimiliano Griner – che ancora oggi appare del tutto inconsistente. Siamo di fronte a un delitto grave compiuto secondo una tecnica mafiosa, incompatibile con qualunque diverbio anche aspro che possa esserci stato tra i due. L’assassino colpisce con freddezza, usa una pistola “pulita” che qualcuno gli ha fornito e si dilegua. Scavando a fondo e incrociando due procedimenti penali altrimenti scissi, il secondo per usura a carico di alcuni soggetti legati alla ‘ndrangheta, abbiamo potuto formulare un’ipotesi molto più inquietante e complessa. Musy – continua Griner – sarebbe morto per aver scoperto un vero e proprio complotto di una cordata criminale per mettere le mani su una impresa da spolpare. Un progetto di cui Musy sarebbe venuto a conoscenza nell’incontro avuto con Furchì qualche giorno prima dell’omicidio, preceduto da alcune telefonate come hanno dimostrato i tabulati. Qualcuno potrebbe aver deciso farlo tacere per sempre. Un’ipotesi che fa di lui una sorta di eroe borghese come Ambrosoli, della cui competenza e onestà Torino avrebbe avuto bisogno. “L’uomo con il casco” è un tentativo di dare una risposta a un delitto senza movente, senza un perché”».

Secondo Alessandro Melano, l’altro autore, amico di Musy «gli esseri umani mentono. Ma cercano anche la verità. Sempre. Anche per questo quando perdi un amico senti l’urgenza di sapere il perché. Se poi hai anche conosciuto il presunto assassino e i moventi emersi nel processo non ti convincono il gioco è fatto. Devi indagare, studiare, cercare di capire. “L’ uomo con il casco” è nato da questo desiderio. Provare a scoprire la verità”».

 

Massimiliano Griner vive e lavora a Roma. Storico e autore televisivo, tra i suoi libri ricordiamo La “banda” Koch. Il Reparto Speciale di Polizia (Bollati Boringhieri, 2000), La pupilla del Duce. La Legione Autonoma Mobile «Ettore Muti» (Bollati Boringhieri, 2003), I ragazzi del ’36 (Rizzoli, 2006), L’aquila e il condor. Le memorie di Stefano Delle Chiaie (Sperling & Kupfer, 2012), Anime nere. Storie e personaggi dell’eversione di destra (Sperling & Kupfer, 2014), La zona grigia (Chiarelettere, 2014).

 Alessandro Melano vive e lavora a Torino dove svolge la professione di avvocato penalista. Nel 2005 ha scritto e diretto con Marino Bronzino il documentario “Avvocato!” Il processo di Torino al nucleo storico delle Brigate Rosse. Nel 2011 è stato candidato per il consiglio comunale nella lista civica Alleanza per la città a sostegno del candidato sindaco Alberto Musy.

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