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Il cronista: «Il boss Schiavone faccia luce sui politici collusi»

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Su quali nuove vicende criminali della più feroce camorra campana può far luce il pentimento, per così dire, del boss Francesco Schiavone, alias Sandokan, per anni capo incontrastato del clan dei Casalesi? Ne abbiamo parlato con Bruno De Stefano, giornalista esperto di giudiziaria, autore di una dozzina di libri dedicati alle mafie italiane. In due di essi, “I boss della camorra” e “I boss che hanno fatto la storia della malavita” ha descritto il profilo criminale del boss.

A settant’anni, capo riconosciuto dello spietato e potentissimo clan dei Casalesi, da 26 anni al carcere duro per decine di reati gravi tra cui dodici omicidi, Schiavone non sopporta più questa vita, pensa che sia meglio passare la vecchiaia con sua moglie ad accudire i nipotini e si pente. La mettiamo sul sentimentalismo, De Stefano, oppure un capoclan del suo spessore, un “punciuto” perché affiliato alla mafia, ha fatto altre valutazioni?

«Premesso che interpretare i pensieri e le azioni dei criminali è sempre un’operazione azzardata, penso che a spingerlo a una decisione del genere siano state ragioni che poco hanno a che fare coi sentimenti. E non perché non ne abbia, ma solo perché ventisei anni sono oggettivamente un po’ troppi per ricordarsi che fuori dal carcere ci sono una moglie e dei nipotini. Credo, dunque, che abbia fatto valutazioni di altro tipo, anche se non saprei dire quali».

Sembra che Schiavone abbia maturato l’intenzione di collaborare con la giustizia da tre anni almeno, quando chiese alla direzione del carcere di Parma di poter fare lo “scopino”, un’attività di solito ambita dai detenuti meno abbienti perché consente di guadagnare qualcosa, ma che decisamente non si addice al rango di un capomafia come lui. Era un primo eloquente segnale inviato ai magistrati sulla volontà di pentirsi oppure a nascondeva la necessità di sfuggire al 41bis per comunicare all’esterno qualcosa di importante?

«Anche in questo caso è meglio restare prudenti. Il 41bis è un’esperienza che definire durissima è riduttiva, per cui chi la vive attraversa una condizione psicologica e materiale che produce riflessioni che forse noi non riusciamo neppure a immaginare. Inoltre stiamo parlando di un criminale di altissimo profilo, per cui non credo che possa in ogni caso aver ragionato come possiamo fare noi che osserviamo tutto dall’esterno, comodamente e senza alcuna pressione fisica o psicologica. Detto questo, io penso che un boss come Schiavone sia abituato ad agire con chiarezza, senza fare giri così larghi per ottenere ciò che vuole. Perché, poi, attendere tre lunghissimi anni per prendere la decisione di collaborare? Tre anni sono lunghissimi per noi, figuriamoci per chi è al 41bis».

L’arresto di Schiavone giunge a vent’anni esatti dall’assassinio di don Giuseppe Diana, parroco di Casal di Principe eliminato per il suo impegno antimafia. Secondo lei, sapremo qualcosa di più su questo delitto nonostante i contorni della vicenda sembrino piuttosto chiari?

«Io credo di no. La vicenda, per quanto presenti qualche zona d’ombra, è già passata alla Storia».

Schiavone ha già avuto alcuni colloqui con i magistrati della Dda ai quali ha promesso piena collaborazione. Da lui, affiliato alla mafia, si aspettano informazioni sulla stagione delle stragi ispirate dai boss di Cosa Nostra. Può davvero rivelarsi un teste prezioso per quei fatti?

«Onestamente non sarei così pieno di aspettative. Sulle stragi hanno già abbondantemente parlato moltissimi collaboratori di giustizia di Cosa Nostra, mi pare difficile che un soggetto come Schiavone – di alto profilo ma periferico rispetto alle grandi decisioni di stragismo mafioso – possa aggiungere qualcosa di così importante. Potrei sbagliarmi, ovviamente, però eviterei di considerare la collaborazione di Schiavone come una svolta epocale. Non consideriamolo un oracolo».

I magistrati si aspettano anche delle dichiarazioni inerenti alle ultime vicende di camorra per capire se sia riuscito a eludere il carcere stretto e a comunicare o impartire ordini dall’esterno. Se così fosse, sarebbe il fallimento del 41 bis?

«Sicuramente ci sono state delle falle, ma – ricorrendo a un’immagine abusata – eviterei di buttare via il bambino con l‘acqua sporca. Il 41 bis – sulla cui durezza possiamo sempre discutere – è stato uno strumento utile, per cui non credo che possa essere considerato un fallimento».

Il boss dei Casalesi ha sei mesi per rilasciare dichiarazioni probanti per confermare il suo status di collaboratore di giustizia. Va ricordato che Schiavone ha guidato una cosca impegnata per anni nell’edilizia; dei rifiuti, soprattutto tossici; nel traffico di droga internazionale costruendo il suo impero grazie anche complicità di politici e imprenditori. Siamo pronti conoscere la sua verità?

«Diciamo pure che molte cose le conosciamo, perché prima di Schiavone hanno collaborato molti esponenti del suo gruppo, a partire dal cugino Carmine. Tant’è che sul piano repressivo e giudiziario sono stati ottenuti risultati più che apprezzabili. Indubbiamente potrebbe allargare lo zoom sui rapporti con i cosiddetti “colletti bianchi”, un terreno mai esplorato abbastanza. Ecco, sulle collusioni politico-imprenditoriali qualcosa in più potrebbe senz’altro raccontare».

Secondo gli esperti il clan dei Casalesi è quasi del tutto smantellato, mentre metà dei familiari del boss ha rifiutato il programma di protezione. Bisogna tuttavia attendersai delle ritorsioni nei confronti di Schiavone e conseguentemente una possibile guerra di camorra per il riassesto degli equilibri di potere tra clan?

«Nel passato da parte dei Casalesi le vendette sanguinarie contro i collaboratori sono state particolarmente feroci, quindi siamo di fronte a una organizzazione che ha storicamente adoperato la linea dura. Però stiamo parlando di un’altra epoca, gli equilibri sono cambiati e probabilmente non ci saranno né vendette né guerre. Gli affari, e quindi i soldi, oggi si fanno anche senza sparare».

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