Vicenda-Acerbi. Sto col difensore neroazzurro. Ecco perché

E’ vero, è proprio vero: “Abbiamo perso tutti”. In questa frase pronunciata da Francesco Acerbi al Corriere della Sera, su sei colonne di intervista, c’è una grande verità.

Il giocatore neroazzurro e della nazionale, come noto, al centro del mirino per aver rivolto un’espressione ritenuta altamente offensiva nei confronti di Juan Jesus, durante la partita Inter-Napoli, dopo giorni di doloroso silenzio, assaltato da continui insulti, anche dopo la sentenza che lo ha assolto dall’accusa di razzismo, si è confessato a mezzo stampa. E l’ha fatto nel migliore dei modi.

Non importa, a conti fatti, se la frase razzista l’abbia detta oppure no, o se la confessione sia stata autentica (in uno Stato di diritto valgono le sentenze, non le opinioni o i pregiudizi). Quello che va apprezzato pure per il futuro è che Acerbi abbia tenuto il punto. Un punto non da poco.

Ha ribadito la possibilità che nello sfogo agonistico, si possano dire frasi forti, sfottò al limite della decenza.
“Non si può dare del razzista a una persona per una parola malintesa nella concitazione del gioco”, insomma, “un presunto insulto”, detto a chiare lettere. E chi capisce capisca.

Ecco il cuore del discorso: o accettiamo lo sfogo di atleti che combattono sul campo una vera e propria guerra (le tensioni, le pressioni, il clima, l’incubo dei risultati), o imponiamo il politicamente corretto nei gesti, nelle posture, nei pensieri e nelle parole di calciatori, massaggiatori, allenatori, presidenti, giornalisti e tifosi.

Domanda: è possibile arrivare a ottenere uno stadio (con decine di migliaia di persone), totalmente disinfettato, popolato da educande perfette, da calciatori che si scusano se esistono, che non fanno “fallo” (definizione sessista), ma dicono “errore”, da perdonare, nel nome del buonismo? Oppure, di fronte a un rigore sbagliato da parte di un compagno, preferiscono ringraziarlo, perché la fragilità è un’occasione di crescita democratica e inclusiva? E’ sufficiente la pantomima, ormai di moda, delle finte lacrime quando si va verso la curva, facendo un mediatico mea-culpa per una partita giocata male?

Guru, sacerdoti e ascari del politicamente corretto, fatevene una ragione: il calcio, lo sport in genere, è il regno della competizione, della selezione naturale, dei talenti, dell’individuo al servizio della squadra e dell’avversario da battere, delle bandiere, dei simboli di appartenenza e delle identità; e gli stadi sono stati concepiti proprio come mezzi di evasione e sfogo di massa; altrimenti quelle energie che esistono nell’uomo, potrebbero indirizzarsi verso ambiti illegali o pericolosi per le istituzioni, lo Stato e altro.

Da qui ne discende che gli insulti, ci stanno. Ben inteso, il rispetto, l’etica sportiva dovrebbero prevalere (gli arbitri e le regole che ci stanno a fare?), ma quando ci scappa, ci scappa.

Il rischio, tornando alla vicenda-Acerbi, è che si dia peso solo al razzismo contro i neri, dimenticandosi o ignorando tutte le altre forme di razzismo: contro i terroni, gli ebrei, quando si dice “forza Vesuvio”, “mafia”, “viva la lava”, “figlio di …” (dov’è il rispetto per le madri e le donne?), o come accaduto allo stesso Acerbi, oggetto di insulti macabri (ha superato un tumore), della serie “devi morire”. In quel caso i moralisti di casa nostra, perché non si sono indignati e scatenati sul web?

Moralisti da tastiera, al punto che quando decidono un “processo di Norimberga” per chi va contro il politicamente corretto, non accettano nemmeno le sentenze se non vanno nella “direzione giusta”. Infatti, la sentenza che ha assolto il difensore neroazzurro dall’accusa di razzismo è stata violentemente contestata.

Ultima considerazione: ma si è capito che più si creano limiti agli sfoghi e più l’insulto trasgressivo diventa irrefrenabile e incontenibile? Senza contare il potere che si può dare alle curve nel poter fermare partite che si stanno mettendo male, al minimo stormir di fronde.

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Autore

Come giornalista, ho attraversato la comunicazione a 360 gradi (carta stampata, tv, radio, web). Ho lavorato presso Cenacoli, Fondazioni (Fare Futuro), sono stato spin doctor di ministri e leader politici, ho scritto una ventina di libri (politologia, riforme etc.) e i miei direttori storici e maestri sono stati Marcello Veneziani e Vittorio Feltri. Insegno all'Università comunicazione politica. Il giornalismo online è la mia ultima vocazione.

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