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La Cina controllerà anche il business ambientale? Ecco perchè

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Stiamo perdendo anche il Green, crescono le tensioni tra Cina e Unione europea. La Commissione europea, guidata dalla vicepresidente Margrethe Vestager, ha recentemente accusato la Cina di compromettere la sicurezza economica dell’Europa attraverso politiche esportative aggressive. Insomma, il business di punta dell’Unione sta cadendo in mano cinese. 

La situazione si è aggravata con l’avvio di una nuova indagine da parte dell’Unione europea sui generosi sussidi concessi dalla Cina a produttori selezionati di turbine eoliche. La stessa Vestager, in un discorso tenuto presso l’Università di Princeton, ha insistito particolarmente sullo stato dei fatti: la Cina è un “rivale sistemico” dell’UE.

La Commissione ha espresso la propria determinazione nell’imporre e perseguire misure correttive stringenti, compresa l’introduzione di pesanti dazi commerciali. Si perchè nella situazione attuale, l’unica arma strategica di cui l’Unione dispone per difendere il mercato europeo è proprio il mercato europeo stesso.

Vestager ha sottolineato la necessità di una difesa più sistematica da parte di Bruxelles per proteggere le imprese europee danneggiate dalle pratiche sleali di Pechino. Ha evidenziato il rischio di ripetere lo squilibrio di mercato già visto nel settore dei pannelli solari, dominato dalla Cina, dove meno del 3% dei pannelli installati in Europa è di produzione interna.

Le dichiarazioni di Vestager trovano eco in quelle di Janet Yellen, segretaria al Tesoro degli Stati Uniti, da poco reduce da una visita diplomatica in Cina. C’è preoccupazione per il sostegno pubblico di Pechino alle proprie aziende che, a detta di Yellen, avrebbe portato ad una condizione di sovrapproduzione rispetto alla domanda interna. 

Per dare un’Idea della situazione attuale, riportiamo che un recente report del Kiel Institute ha gettato luce sull’entità degli aiuti di Stato concessi dalla Cina, rivelando che tali sussidi sarebbero tra le tre e le nove volte maggiori rispetto a quelli erogati da altre nazioni dell’OCSE, come gli Stati Uniti e la Germania. Tra il 2018 e il 2022, il gigante automobilistico BYD ha beneficiato di almeno 3,4 miliardi di euro in sussidi diretti, con ulteriori 1,6 miliardi di euro in incentivi per l’acquisto di veicoli nel solo 2022. Il Kiel Institute ha scoperto che nel 2022, il 99% delle aziende cinesi quotate in borsa ha ricevuto sovvenzioni statali dirette. Questi fondi sono stati impiegati per promuovere la ricerca in tecnologie essenziali per la transizione ecologica, garantire l’accesso prioritario a materie prime e appalti pubblici. Tuttavia, il Kiel Institute avverte anche che l’Unione Europea dovrebbe evitare reazioni eccessivamente aggressive, poiché le tecnologie importate dalla Cina sono e restano cruciali per mantenere bassi i costi e l’accessibilità dei prodotti chiave per la transizione ecologica promossa da Bruxelles. In altre parole, una dipendenza non desiderata, ma necessaria. È proprio questa la leva strategica cinese contro il mercato europeo.

Dall’altra parte, Wang Wentao, ministro cinese del Commercio, ha fermamente respinto le accuse, sostenendo la tesi per cui il successo della Cina nel settore dei veicoli elettrici dipenderebbe solo ed esclusivamente dall’innovazione e dall’efficienza industriale cinese. Le indagini dell’UE sui sussidi sono state sistematicamente criticate da Pechino e strategicamente definite come un “ostacolo alla cooperazione bilaterale e agli sforzi globali contro il cambiamento climatico”. 

Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha aggiunto preoccupazione per le tendenze protezionistiche dell’UE e per le misure discriminatorie contro le aziende cinesi, forzando sull’importanza di mantenere una collaborazione equa e reciprocamente vantaggiosa.

Insomma, mentre l’Europa cerca disperatamente di salvaguardare i propri interessi economici collegati alla transizione ecologica, nelle condizioni attuali si rischia di vedere andare in fumo il progetto centrale della ripartenza europea. Vedersi falciare le gambe a questo punto del progetto, nel pieno della sua fase forse più cruciale, significherebbe una scossa davvero importante per l’Unione. Il business ambientale è ormai diventato una questione strategica, strumentale ai giochi di potere internazionali; ma siamo sicuri che non lo sia sempre stato? Quel che è certo, è che a rimetterci sarà solo l’ambiente stesso.

 

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