Tre miliardi di risorse aggiuntive per il comparto agricolo grazie alla revisione del Pnrr. È con questa dote che la premier Giorgia Meloni si è presentata ai viticoltori riuniti in questi giorni a Vinitaly, la più importante fiera di settore che si chiude oggi a Verona.
Una bella cifra, che però si scontra con un altro, impietoso dato, che dimostra quanto la maggiore eccellenza agricola italiana sia di fronte a una minaccia esistenziale: il dimezzamento in appena 12 anni dei consumi di vino pro capite in Italia. Da 52 ad appena 26 litri l’anno a persona. E non si pensi che tanto restiamo a galla con l’export, perché gli ultimi aggiornamenti sulle vendite all’estero parlano di un calo del 4,4% in volume e del 7,3% in valore nei primi cinque mercati mondiali, ovvero Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Giappone.
A soffrire sono soprattutto i vini rossi, molto strutturati e spesso molto alcolici, che mal si sposano con i gusti dei Millennial (non parliamo della cosiddetta Generazione Z) e con le nuove mode alimentari che vedono nel vino il nuovo nemico, portatore di malattie e di dipendenze. La situazione è talmente grave che il consorzio di aziende che producono il mitico Amarone della Valpolicella sta riflettendo sulla possibilità di diminuire la sua gradazione alcolica per renderlo più appetibile ai mercati esteri attuali, che prediligono i vini “leggeri”. Una scelta che fa gridare allo scandalo i puristi, ma è sensata se si guarda ai dati di vendita: nel 2023 è stato esportato il 12% in meno di Amarone rispetto all’anno precedente. I produttori spiegano che l’intero comparto vinicolo è a rischio: «I palati di tutto il mondo stanno progressivamente spostando le proprie preferenze verso tipologie di alcolici diverse dal vino», spiegano, e per fermare la tendenza l’unica scelta plausibile sembra quella di adattarsi a quelle che sembrano le richieste del mercato.
Bene quindi che la Meloni si sia presentata a Verona portando in dote qualche miliardo di aiuti, difendendo i produttori da regole europee che limitano la libertà di azione dei produttori e da costi in continuo rialzo, ma non c’è dubbio che molto lavoro bisognerà fare per difendere il vino in quanto tale da una sempre maggiore indifferenza dalla bevanda italiana per eccellenza.
In prima fila la premier schiera i ministri del made in Italy Adolfo Urso e dell’Agricoltura Francesco Lollobridiga. Il primo è molto attivo (lo si è visto in questi giorni con la polemica con Stellantis per l’Alfa Romeo Milano prodotta in Polonia) nel contrastare i prodotti stranieri che utilizzano nomi “italianizzanti e che, spiega la Meloni, «ogni anno drenano decine di miliardi di euro e nel farlo compromettono la qualità della nostra eccellenza e del nostro nome».
Il secondo combatte contro il partito degli astemi che vorrebbe chiamare vino anche i succhi d’uva non alcolici che ne imitano il sapore: «L’italiano è una lingua che definisce tutto con precisione — ha spiegato proprio durante la sua visita a Vinitaly —: se parliamo di una bevanda che nasce dall’uva e si trasforma grazie alla fermentazione alcolica, il nome è vino. Il resto non lo è. Si chiami bevanda a base di uva, ma non vino, se non contiene alcol. Seguiremo le norme europee, ma attenzione a possibili effetti negativi sul mercato».
Insomma, anche se il Vinitaly, con i suoi 4mila espositori, gli appuntamenti istituzionali e le decine di migliaia di visitatori, rimanda a una realtà protagonista della nostra economia, bisogna tenere presente che l’equilibrio sul quale poggia è delicatissimo e per mantenerlo non basteranno sussidi, ma andrà combattuta una vera e propria battaglia culturale. Che deve coinvolgere le nuove generazioni, per una cultura del bere responsabile, legata alla convivialità e non alle ubriacature veloci dei superalcolici che gli under 30 sembrano ormai preferire.



