Aborto e fine vita, inizia la guerra di religione…sinistra

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Il Governo italiano e il Ministero della Salute hanno fatto ricorso al TAR per chiedere l’annullamento delle delibere della Giunta Regionale che davano attuazione al suicidio medicalmente assistito in Emilia-Romagna. 

Le delibere in questione indicavano le linee guida per le aziende sanitarie locali, con iter e tempi per dare seguito alle eventuali richieste di suicidio medicalmente assistito. 

A comunicare l’avvio del ricorso al TAR è stata la consigliera regionale bolognese Valentina Castaldini (FI), che avrebbe sottolineato due criticità nelle delibere: “la carenza di potere dell’ente” sul tema e lacontraddittorietà e l’illogicità delle motivazioni introdotte nelle linee guida inviate alle aziende sanitarie”. 

L’esponente di FI aveva inoltre già depositato con alcune associazioni un ricorso simile a marzo. 

Il Presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, indignato dal ricorso, ha dichiarato che, in questo modo, “Si negano i diritti delle persone riconosciuti dalla Corte costituzionale” e “si fa battaglia politica sulla pelle di pazienti che si trovano in condizioni drammatiche“. Il presidente garantisce che “l’Emilia-Romagna difenderà i propri atti e soprattutto il diritto di un paziente in fine vita a decidere per sé, senza dover chiedere il permesso al Governo e alla destra”.   

La sentenza della Corte costituzionale a cui Bonaccini fa riferimento è la 242/2019, nella quale la Corte, tra le altre cose, preme sul Parlamento affinché venga promosso un disegno di legge che consenta di individuare un quadro normativo nazionale sul tema. 

In quell’occasione, inoltre, la Corte lasciava aperti due interrogativi: 

  1. Quali strutture, pubbliche o private, dovrebbero condurre le operazioni di suicidio assistito. fine 
  1. Liceità per un medico, anche in virtù del giuramento di Ippocrate (…Non somministrerò a nessuno, neppure se richiesto, alcun farmaco mortale, e non prenderò mai un’iniziativa del genere; e neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l’aborto…) somministrare un farmaco che procuri la morte. 

Non è la prima volta che temi come questo vengono affrontati in una sede regionale, suscitando un acceso dibattito. 

Lo scorso gennaio, infatti, la Consigliera regionale del Pd Anna Maria Bigon era stata sospesa dal partito a seguito del proprio voto contrario ad una legge sul fine vita. 

La stessa rappresentante Dem aveva giustificato il suo “no” con due argomentazioni: da una parte la sua esperienza nell’ambito sanitario, unita alla propria libertà di coscienza, non le avrebbero consentito di assentire con il disegno in questione; dall’altro lato, sotto un profilo più squisitamente burocratico ed in linea con il Presidente emerito della Corte costituzionale Flick, ha ritenuto che la competenza in materia di diritti inviolabili appartenesse al Parlamento e non al legislatore regionale. 

La vicenda aveva suscitato un acceso dibattito anche intorno alla questione della libertà di coscienza nel voto dei rappresentanti democratici. 

Sullo stesso tema, ma con posizioni diametralmente opposte, si sarebbe pronunciata lAssociazione Coscioni, che sostiene la competenza regionale in virtù della sua “responsabilità di gestione del sistema sanitario”. 

A sostegno di una legge nazionale, anche la stessa Segretaria del Pd, Elly Schlein. 

Critiche sulla linea valoriale promossa dal Governo Meloni su questioni etiche anche dalla Spagna, da cui la ministra per l’Uguaglianza, Ana Redondo, ha attaccato l’Italia per la decisione di consentire l’accesso nei consultori di realtà del terzo settore che sostengono la maternità. 

La ministra iberica avrebbe parlato di una strategia fondata sul “minacciare per togliere diritti, per frenare la parità tra donne e uomini”   

Non si è fatta attendere la risposta della Premier che avrebbe affermato: “Varie volte ho ascoltato ministri stranieri che parlano di questioni interne italiane senza conoscerne i fatti. Normalmente quando si è ignoranti su un tema si deve avere almeno la buona creanza di non dare lezioni“. 

Sulla vicenda si è espressa anche la Ministra per la famiglia, Eugenia Roccella: Suggerisco ai rappresentanti di altri Paesi di basare le proprie opinioni sulla lettura dei testi e non sulla propaganda della sinistra italiana, che si dichiara paladina della legge 194 ma non ne conosce il contenuto o fa finta di non conoscerlo” sostenendo che la misura riguarderebbe “un emendamento che non fa altro che riprodurre alla lettera un articolo della legge sull’aborto in vigore da 46 anni. Leggi, emendamenti e relazioni ministeriali al Parlamento – avrebbe infine aggiunto – sono a disposizione di chiunque voglia consultarli prima di esternare, per evitare di farlo senza cognizione di causa“. 

La ministra fa infatti riferimento all’articolo 2 della legge 194, riguardante le funzioni dei consultori (informazione sui diritti spettanti alla donna in base alla legislazione statale e regionale, informazione sui diritti sul lavoro a tutela della gestante, contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza). 

Lo stesso articolo prevede, inoltre, che i consultori possano avvalersi “della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.” 

Anche l’articolo 5 prevede che i consultori abbiano “il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna (…) nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna (…) le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto.” 

Coerentemente con la legge in questione, infatti, la proposta di far accedere nei consultori realtà del terzo settore che sostengano la maternità, sembra andare nella direzione di una maggiore informazione sulle alternative possibili all’aborto, limitando il rischio di interruzioni di gravidanze richieste non per libera scelta, ma quasi imposte dalle difficoltà che ne potrebbero scaturire. 

La libera scelta, inoltre, emerge proprio in presenza di due o più alternative percorribili, emerge dunque il quesito su come l’incremento di tali possibilità possa considerarsi una limitazione di libertà? 

 

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