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Il libro. La lingua della neopolitica: come parlano i leader di oggi?

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linguaggio

Già nel 1984 lo scrittore Cesare Marchi sottolineava quanto i politici si fossero dati un gran da fare per colpire la fantasia degli elettori inventando concetti surreali come “la quantizzazione delle tariffe, la mappatura dei rischi, l’ottica programmatoria, le convergenze parallele” ai quali negli anni si sono aggiunte altre astrusità contemporanee. Era l’effetto del cosiddetto politichese, il linguaggio con il quale politici e politicanti gareggiano nel comunicare in maniera incomprensibile al solo scopo di impressionare l’opinione pubblica. La cosa sorprendente è che tale registro comunicativo non solo non ha conosciuto crisi, ma ha saputo rinnovarsi attraverso una copiosa produzione neologica che rispecchia sia l’attualità sia la cifra, per così dire stilistica, dei nuovi protagonisti della politica, meno colti, ma più popolari dei predecessori anche grazie al supporto della tecnologica. C’è però dell’altro. Retaggio delle gloriose convergenze parallele la retorica contemporanea si è aperta alla globalizzazione facendosi gioiosamente contaminare, avverte il linguista Lucio D’Arcangelo, anche dal ”morbus anglicus”, ovvero dall’uso indiscriminato di anglismi. Question time docet…

Come parlano, dunque, i leader politici oggi? Il politichese è un ricordo del passato, di quando la classe dirigente si trincerava dietro un linguaggio forbito e impenetrabile che costruiva un lessico comprensibile solo agli addetti ai lavori, o si è semplicemente adattato ai tempi che cambiano? Per il linguista Michele A. Cortelazzo, Accademico ordinario della Crusca e professore emerito di Linguistica italiana all’Università di Padova, dove insegna tuttora, quello più in voga tra i nuovi politici sarebbe una sorta di rispecchiamento nei confronti dell’elettore che darebbe vita a una scelta linguistica che lui chiama “gentese”, vale a dire la lingua della “gente”. E che, forse proprio per questo, si è spesso radicalizzata attraverso i social, facendo emergere ancora un altro gergo che l’accademico ribattezza come “socialese”. Nel libro “La lingua della neopolitica. Come parlano i leader”, pubblicato dalla Treccani (248 pagine), l’autore osserva e mette in fila tutta una serie di nuovi termini che da un lato evidenziano una sorta di resistenza all’abbandono del politichese, dall’altro mostrano quanto il linguaggio si sia fatto, proprio per questa permeabilità con l’eloquio comune, più accessibile.

Questo perché nel 2013 la vita politica italiana ha vissuto una vera e propria rivoluzione: nelle aule parlamentari è entrata una quota di eletti privi di esperienze politiche pregresse mai vista in passato. E le ripercussioni sul piano linguistico sono state enormi: Cortellazzo quindi individua i neo, o semi-neo, logismi che attraversano la politica. Nella lunga lista del linguista troviamo il termine “esternalizzazione”, la perifrasi “governo del cambiamento”, l’uso un po’ inflazionato del vocabolo “interlocuzione” e quello ancora più modaiolo di “resilienza”. Nulla in confronto agli ossimori della prima Repubblica che produsse vere e proprie perle come le “convergenze parallele” di Moro, gli “equilibri più avanzati” di De Martino, il “compromesso storico” di Berlinguer, i “casti connubi” di Andreotti diventati poi il “radicalismo dolce” di Prodi.

Nella transizione Cortelazzo ricorda Berlusconi «grande innovatore del linguaggio politico italiano», il cui ultimo guizzo linguistico è stato «l’operazione scoiattolo», nome in codice per la cattura, uno per uno, dei grandi elettori che gli mancavano per il «grande salto verso il Colle» nel gennaio 2022. Adesso c’è Giorgia Meloni che ha invece rispolverato un lessico ispirato ai valori tradizionali come coraggio, fierezza, orgoglio e rilanciato parole come “bonifica” e l’anglismo più famoso, “underdog”.

Il Partito democratico, scrive il linguista, dopo la verve di Luigi Bersani, fatta di metafore memorabili (“pettinare le bambole”), ha vissuto un deficit di specificità lessicale. Con Enrico Letta e con Elly Schlein troviamo però la “vittimizzazione secondaria”. Dal Movimento 5 stelle resta inarrivabile il “vaffa” di Beppe Grillo, a cui è poi subentrata la “pacchia” di Matteo Salvini e della sua Lega, affetta, afferma Cortelazzo, da “bulimia comunicativa”, con parole come “europirla”, “sbruffoncella”, “ruspa”, “giornaloni”, “intellettualoni”, “professoroni”, “rosiconi” o “zecche”. Termini in alcuni casi ereditati da Matteo Renzi, mentre si deve a Carlo Calenda “bipopulismo”.

Dopo l’epoca rurale caratterizzata da ulivi, querce e asinelli oggi imperversano i “campi”, con quello largo come il più famoso. Con un rischio, sostiene l’autore, “che al diminuire dei partiti faccia riscontro il nomadismo politico, un ‘menevadismo’, lo scissionismo di sinistra che ricorda altri “-ismi” del passato come ‘doppiopesismo’, ‘doppiogiochismo’, ‘cerchiobottismo’. Per finire con il ‘celodurismo’, di bossiana memoria.

Foto: parmateneo.it

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