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L’esperto: «Israele vive una fase storica tra guerra e diplomazia»

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Iran

Israele si dice risoluto nel voler avviare, costi quel che costi, l’operazione militare a Rafah per sradicare Hamas dalla Striscia di Gaza, ma non sembra più così sordo ai continui agli appelli della comunità internazionale affinché si astenga da tale proposito. Al punto che anche il governo di Netanyahu comincia a mostrare qualche crepa. Non mancano forme di pressione diplomatiche come il voto del 10 maggio con il quale l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato una risoluzione che riconosce la Palestina come qualificata per diventare membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, e raccomanda al Consiglio di Sicurezza di «riconsiderare favorevolmente la questione». Il testo ha ottenuto 143 voti a favore, 9 contrari e 25 astensioni. Lospecialegiornale ha sentito sull’argomento Nello Del Gatto, esperto di Medioriente e corrispondente da Gerusalemme di diverse testate giornaliste italiane. Domanda tranchant, Del Gatto: Netanyahu se l’è cercato questo voto?

«No, la cosa non è contro Israele. Anche perché riconoscere alla Palestina il pieno status di membro dell’Onu, non significa riconoscere lo stato di Palestina e che questo nasca subito dopo. E’ un atto di carattere politico. Tra l’altro il voto nell’assemblea dell’Onu non vale nulla, perché si decide in sede di Consiglio di Sicurezza dove pesa il veto americano».

Ovviamente gli Stati Uniti hanno votato contro la risoluzione. Come leggere invece l’astensione di tre grandi paesi europei come Italia, Germania e Gran Bretagna?

«L’Italia, ma credo anche gli altri due, si sono astenuti proprio per i motivi che dicevo sopra. Il voto vale poco, è una pura indicazione. Ma, soprattutto, perché il processo politico che conduce alla nascita dello Stato palestinese, dev’essere condiviso, rientrare nei canoni di un processo democratico. I palestinesi, al netto dell’occupazione israeliana, che però non ha impedito al governo di Ramallah di agire, non hanno fatto passi avanti verso la creazione dello Stato. Dopo gli Accordi di Oslo di 30 anni fa hanno convocato le elezioni una sola volta. Per poi disconoscerne subito dopo alcuni mesi il risultato».

Quello dell’Onu è un voto che di fatto suggella l’isolamento internazionale di Israele incrinando anche la compattezza del fronte atlantico. L’Occidente sta cambiando fisionomia o incidono anche le dinamiche pre elettorali?

«Sicuramente le elezioni, in primis quelle americane. Ne è dimostrazione il fatto che se Washington da un lato minaccia Israele, dall’altro non smette di inviare aiuti. Il dietrofront di qualche giorno fa della Spagna sul riconoscimento unilaterale della Palestina, è un’altra dimostrazione. Riconoscimento sì, ma di uno Stato che abbia tutti i crismi e che nasca con un processo democratico».

E’ probabile che Netanyahu politicamente sia al canto del cigno: qual è attualmente la reputazione del suo governo in patria alla luce delle sempre più numerose contestazioni?

«Le contestazioni a Netanyahu risalgono a prima della guerra, hanno a che fare con i suoi guai giudiziari e con la riforma della giustizia. Le contestazioni sono contro di lui, non contro la guerra che si ritiene legittima, di difesa. Bisogna poi considerare una cosa: se il governo dovesse cadere, prima che si indicano elezioni e che si cambi il governo, Netanyahu resterebbe al potere, da solo, per un bel po’ di tempo».

La Corte Penale Internazionale ha chiesto l’arresto di Netanyahu e Sinwar come “criminali di guerra”. Come giudica questa decisione?

«Al netto delle responsabilità oggettive e soggettive, alcune delle quali lapalissiane, dei destinatari eventuali del provvedimento, a mio parere il fatto di aver messo insieme le due parti può essere un problema. In primo luogo, perché si è costretti a condannare tutti indistintamente; in secondo luogo, perché si mischiano insieme cose diverse; in terzo perché si offre il fianco a speculazioni di carattere vittimistico e ad accuse di politicizzazione del giudizio. Non a caso, ognuna delle parti si sta muovendo per quanto gli compete. Un analista israeliano, ad esempio, ha fatto notare che «per quasi otto mesi di guerra, lo stesso ministero della Sanità di Gaza (sotto Hamas) ha di fatto segnalato 32 morti per fame (ognuna di queste morti è terribile e tragica, ma ognuna deve essere esaminata per verificarne l’accuratezza). In confronto, tra aprile e agosto 2023 in Etiopia sono morte di fame 1400 persone». Lo stesso fatto di aver riconosciuto, da parte del Procuratore, il diritto di Israele di difendersi però seguendo le leggi internazionali offre uno spiraglio al paese ebraico. Che, tra l’altro, non riconosce la Corte, pertanto qualsiasi decisione di questa potrebbe essere giudicata come politica».

Considerando il voto all’Onu e la recente presa di posizione della Lega araba per l’inizio di un percorso per il riconoscimento dello stato palestinese, vigilato dalla comunità internazionale, crede che Israele si debba rassegnare all’idea di tale convivenza?

«Israele sa bene che lo Stato di Palestina deve nascere. E’ una esigenza di tutti e un processo naturale. Il punto però è stabilire che tipo di Stato. Uno che si basa sul terrorismo o sui gruppi come Hamas che, ricordo, nel suo statuto ha la cancellazione dello stato ebraico, certamente non può esistere. Come non si può discutere se si parte dai territori conquistati con la guerra del 1967. Allora, ricordo, come oggi, non esisteva la Palestina e quei territori erano della Giordania ai quali Israele li ha strappati in guerra. Se si mettono in discussione le conquiste territoriali in guerra, dobbiamo riscrivere la storia del mondo. Senza poi contare la questione di Gerusalemme, che non può essere appannaggio di un solo popolo, di una sola fede che, tra l’altro, è la più recente delle tre che la reclamano. Se la storia ha un senso, deve essere rispettato. Dopotutto i palestinesi nel corso degli anni hanno rifiutato più volte la possibilità della nascita dello Stato proprio per le dispute territoriali».

Come sta vivendo Israele il probabile riconoscimento dello stato palestinese da parte di alcuni paesi europei?

«E’ un processo naturale già visto in passato, non cambierà di molto le cose. Ci saranno le proteste politiche di facciata, ma non sposterà nulla. Poi bisogna vedere: per ora sembra certa solo l’Irlanda».

Foto: Mimmo Torrese

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