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Il politologo: «Partiti messi in crisi da leaderismo e contrapposizioni»

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Anche stavolta niente di nuovo nella comunicazione dei partiti. Argomentano, accusano, polemizzano, ma di contenuti sulle imminenti elezioni nemmeno l’ombra, con il risultato che gli italiani di Europa continuano a saperne poco. Lospecialegiornale.it ha sentito sull’argomento Luca Verzichelli, presidente della Società italiana di Scienza Politica. Professore, dove nasce questa incapacità ormai cronica dei partiti di parlare ai cittadini?

«Il declino dei partiti è iniziato da molti anni anche se è difficile individuare un momento preciso della recente storia repubblicana in cui sia cominciata la loro crisi. I tempi sono cambiati ed è venuta meno la società dell’intermediazione sostituita da quella autoreferenziale nella quale anche i soggetti politici si trovano a proprio agio con il risultato di non sapersi guardare attorno. Ne è un esempio la campagna elettorale per le europee caratterizzata da tematiche prevalentemente nazionali e, all’interno di queste, da vicende che afferiscono al comportamento dei leader. Mi chiedo perché non si affrontano i grandi temi che affliggono l’Europa e i programmi per renderla migliore. Credo che molta responsabilità ce l’abbiano le classi dirigenti».

Perché i partiti hanno la continua necessità di ricollocarsi sul panorama politico interno anche di fronte ad appuntamenti così probanti per il futuro del Vecchio Continente, ma fondamentali anche per il nostro Paese?

«Non è stato sempre così. Negli anni ’70 l’Italia ha giocato un ruolo fondamentale per il rilancio dell’Unione europea sfruttando il suo politico-economico di tutto rispetto. Ora invece regna un certo provincialismo culturale perché l’Italia non crede veramente al proprio ruolo in Europea, mentre la comunicazione oscilla dal messaggio populista a quello neo-ideologico che conferiscono alla dialettica un quadro di forte polarizzazione. E’ un peccato perché una visione più europeista darebbe al nostro Paese l’ambizione di guidare i processi decisionali nel Vecchio continente. Invece tutti i partiti mostrano una scarsa attenzione per un’entità politica della quale l’Italia è un attore di primissimo piano. Credo che i leader dovrebbe riflettere sul proprio posizionamento che alla lunga potrebbe dare loro i riscontri positivi pur sacrificando qualche consenso nell’immediato».

Anche questa occasione le liste sono state decise nel chiuso di una segreteria, riempite di personaggi che hanno poco a che fare con la vita dei partiti, soprattutto seconde scelte, giusto per soddisfare gli appetiti di questa o di quella corrente. Secondo lei perché i partiti italiani si ostinano a non considerare che ora i provvedimenti-chiave si prendono a Bruxelles?

«Sono d’accordo, e nessun partito è privo di peccato. Tuttavia, non mancano dei positivi processi di selezione del potenziale personale politico europeo. Sindaci e amministratori locali che si sono formati sul campo sono esempi positivi anche se sono messi in ombra da candidati-civetta, peraltro legittimi, come le Meloni, le Schlein, le Salis e i Vannacci. Purtroppo, i partiti hanno smesso di fare scuola, di promuovere percorsi di formazione, insegnare il valore dell’impegno e della testimonianza tra i giovani, il tutto è sacrificato sull’altare dei personalismi. Se un candidato va a Strasburgo per lavorare nell’interesse del suo schieramento e dei suoi elettori fa il suo dovere, se programma di prepararsi il terreno per le future sfide elettorali non va bene. Per questo modo di fare non c’è cura, c’è prevenzione. Magari bisognerebbe vincolare il candidato a onorare fino in fondo il suo mandato elettorale».

Il peso del correntismo e dei capibastone può essere arginato con il ritorno alle preferenze o sono un falso problema?

«Non sono convinto che le preferenze siano la soluzione. D’altronde i referendari che combatterono le preferenze multiple avevano lo scopo di smascherare le cordate e la possibilità di controllo del voto da parte della criminalità organizzata, un sistema per certi versi molto più tossico di quello odierno. Per qualche concerne la stesura delle liste come sempre il problema è nel manico».

I partiti sono caratterizzati sempre di più da comunicazione e struttura fluide, mentre la loro reputazione è in calo anche per la loro esposizione agli interessi particolari che li rende poco sensibili alle istanze dei cittadini. Ha senso teorizzare il ritorno ai soggetti politici pre-Tangentopoli o ci vuole altro?

«Ipotizzare il ritorno dei partiti alla struttura novecentesca sarebbe un interessante esperimento sociale, ma rischierebbe di trasformarsi in un’operazione nostalgia. Non ci sono più nemmeno le condizioni che ancoravano l’essenzialità dei partiti alla Costituzione. Io credo che invece si debba guardare ai tempi che viviamo. Come detto in precedenza, è la forte polarizzazione del dibattito politico il vero dramma, in base al quale ci si differenzia su ogni cosa: sulle questioni generazionali, sui temi culturali, sulle diversità, sui diritti civili. Quanto ai partiti, dovrebbero essere organizzazioni più agili caratterizzate da un nuovo senso di responsabilità nei confronti dei cittadini, mentre i leader dovrebbero rinunciare alle loro suggestioni di onnipotenza, anche perché è dimostrato che più si sentono invincibili meno durano le loro parabole. Dovrebbe inoltre cambiare la narrazione dei bisogni, delle cose pubbliche e della cosa pubblica lavorando affinché si alzino i livelli di partecipazione al voto. Ecco, già riportare più cittadini alle urne sarebbe un gran bel risultato».

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