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La sconfitta dei 5 Stelle, analisi di un (inarrestabile) declino

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Il sedicente avvocato degli italiani mastica amaro. I numeri che affluiscono nottetempo dai seggi elettorali sono inequivocabili. Il Movimento 5 Stelle continua la sua inesorabile discesa attestandosi intorno alla soglia psicologica del 10 per cento, che è ben al di sotto delle attese della vigilia. Giuseppe Conte, capo (finora) indiscusso del movimento, è un vicolo cieco. Ammette a denti stretti di dover fare una serie di riflessioni che riguardano in primis il dato delle urne, la sua leadership e l’alleanza con il Pd, uscito decisamente rafforzato da questa tornata elettorale.

I numeri sono eloquenti: rispetto alle Europee del 2019 il movimento ha perso circa il 7 per cento dei consensi. Nel Nordovest, circa il 5 per cento; nel Nordest il 4,5; al Centro il 6,50. Negli altri due collegi registra la disfatta: al Sud perde il 12 per cento; nelle isole il 13,5. Nel complesso il peggior risultato della storia pentastellata. Quindi se un soggetto politico a trazione meridionale perde voti esattamente in quei territori significa che molto probabilmente sta per esaurirsi la parabola di uno dei più incredibili fenomeni politici dell’Italia repubblicana. Dunque, il Movimento 5 Stelle secondo nella coalizione, col fiato sul collo di Alleanza Verdi e Sinistra, ma lontano anni luce dal Pd, vale a dire con quell’alleato che Conte ha sempre cercato di logorare con una strategia ondivaga sulle alleanze, un campo più o meno largo che cambiava perimetro a seconda delle sue convenienze elettorali.

Ora il “campo” è in pericolo, almeno come forza di coalizione strutturale e quindi capiterà in futuro proprio a Conte dover rincorrere la Schlein col cappello in mano per raggiungere un qualsivoglia accordo elettorale. A meno che l’avvocato pugliese non voglia aprire un confronto aperto e serrato con tutte le opposizioni.

I malumori serpeggiavano già alla vigilia del voto. Una parte consistente della base contestava a Conte di avere progressivamente rimodellato il movimento a sua immagine e somiglianza scegliendo i candidati nel listino (molti estranei all’esperienza movimentista) senza passare per la selezione interna degli attivisti, che in fondo rappresentano il polso dell’elettorato grillino. Con questa scelta Conte, si è alienato il sostegno dei grandi portatori di voto e il consenso della vecchia guardia. Per questo il voto europeo era considerato un vero e proprio test sulla sua leadership.

Certo, il Movimento 5 Stelle sconta anche la scarsa affluenza degli elettori nel fortino storico del Sud e delle Isole, ma evidentemente bisogna aggiungere che venendo meno le due uniche proposte programmatiche che avevano fatto la fortuna di Grillo e compagni, vale dire il Reddito di cittadinanza e il bonus facciate (che, per inciso graveranno sui conti dello Stato per prossimi anni) è crollato il castello dei consensi che aveva lanciato il soggetto fondato da Beppe Grillo al 32,7 per cento alle Politiche del 2018, con numero impressionante di parlamentari eletti. A ciò si aggiunga una campagna elettorale condotta in solitudine da Conte e basata su argomenti tutto sommato tiepidi: la pace in Ucraina e in Medioriente, gli attacchi generici al governo, una visione limitata sulle prospettive della Ue, se non un velleitario (ancora) reddito di cittadinanza europeo. Infine, l’ultimo degli attacchi della base a Conte, è quella di esserci circondato solo di fedelissimi. E si sa che quando i colonnelli sanno dirti solo “sì”, il campo visivo si restringe. Intanto dal garante supremo, silenzio assordante. Vuoi vedere che alla fine Beppe Grillo si risveglia?

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