Il G7 si è concluso tra luci (Italia) e ombre (la solidità dell’Occidente), lasciando aperti interrogativi cruciali sul futuro dell’ordine globale.
La premier Giorgia Meloni, padrona di casa del vertice, rivendica i successi ottenuti, come l’inserimento del “Piano Mattei“(non era scontato farlo digerire a francesi ed inglesi) per la partnership con l’Africa nella dichiarazione finale e la storica partecipazione di Papa Francesco, voluta fortemente dal governo italiano.
Tuttavia, su dossier cruciali come la guerra in Ucraina e i diritti civili, rimangono nodi irrisolti che rischiano di erodere la coesione tra le potenze occidentali.
Riguardo gli aiuti a Kiev, i leader del G7 hanno raggiunto un’intesa di massima per mobilitare circa 50 miliardi di dollari, attingendo ai proventi dei beni russi congelati in seguito all’invasione del 2022, una soluzione di facciata, assai complessa e difficilmente percorribile.
Motivo per cui i dettagli operativi dell’accordo devono ancora essere definiti e l’impatto sui bilanci nazionali resta da chiarire. La premier Meloni ha assicurato che al momento non sono previsti interventi a carico dei Paesi UE, ma le implicazioni economiche a lungo termine restano un’incognita e risultano sfasate dalla UE che invece insiste con lo sclerotico e stagnante patto di stabilità.
Nel frattempo, nonostante il sostegno ribadito dal G7 all’Ucraina, la pace appare un traguardo lontano, in contemporanea in Svizzera i BRICS non hanno firmato nessun documento. Di fatto sono respinte le proposte di Putin per una tregua, che prevedono la rinuncia di Kiev alla NATO e alle regioni occupate, mentre la Conferenza voluta da Zelensky in Svizzera esclude sia Mosca che Pechino, limitando le chance diplomatiche al lumicino, incassando inoltre il no dei BRICS. Con lo stallo militare sul campo e il rischio di un conflitto d’attrito, cresce il timore che il sostegno occidentale a Zelensky si logori. Meloni minimizza le polemiche che hanno agitato il summit su temi sensibili come aborto e diritti LGBT, liquidandole come “artefatte”. La premier assicura che non ci saranno passi indietro su questi fronti, ma il rischio di incidenti diplomatici ed attriti con gli alleati non è del tutto scongiurato. Canada e Francia sono tiepidi, gli Usa a questi summit non trattano questi temi e Giappone e UK non hanno aggiunto altro.
Palazzo Chigi ha sottolineato con enfasi l’allargamento del G7 ai Paesi emergenti, un leader come Erdogan (che ha chiesto d’entrare nei BRICS) non risparmiano critiche alla posizione del vertice sulla crisi tra Israele e Hamas, denunciando il sostegno “unilaterale” a Tel Aviv. Il comunicato finale si limita a blande dichiarazioni di circostanza sui due fronti caldi mediorientali, senza delineare una strategia chiara per sbloccare lo status quo. E riecheggiano i malumori di giganti come Cina e India per un summit percepito come un “club esclusivo” dell’Occidente, l’ombra dei BRICS cala anche in UE visto che alcuni Paesi paiono interessati, oltre appunto alla Turchia, nazione sulla “faglia” tra Oriente ed Occidente.
Inutile negarlo, il G7 suggella il nuovo status internazionale dell’Italia di Meloni, ma lascia sul tappeto questioni delicate per il futuro del pianeta.

Dalla sicurezza globale alla crisi climatica, passando per le opportunità e i rischi dell’intelligenza artificiale, il vertice sconta la difficoltà di tradurre le buone intenzioni in un’azione coordinata ed efficace. Con un mondo sempre più polarizzato e diviso in blocchi contrapposti, il rischio è che il coordinamento tra le grandi potenze s’indebolisca, lasciando spazio a nuove fratture e alleanze variabili. Per passare dagli impegni solenni ai fatti concreti, servirà uno sforzo ulteriore di visione e mediazione.
La sfida per i leader del G7, a partire dalla premier italiana, è trovare un difficile punto di equilibrio tra la difesa dei valori democratici e la Realpolitik globale, che impone il dialogo con potenze come Russia e Cina.

Solo una strategia pragmatica e inclusiva può scongiurare l’incubo di una nuova guerra fredda e rispondere alle minacce comuni all’umanità, dalla pandemia ai disastri ambientali.
Serve un multilateralismo 2.0: selettivo negli obiettivi, ma universale nella membership, capace di tradursi in meccanismi di governance efficaci e legittimati. Altrimenti, il destino del pianeta sarà ostaggio di veti incrociati e convenienze nazionali di breve respiro.
Il tempo stringe e già si profila all’orizzonte il G7 negli Stati Uniti. Se i grandi del mondo non sapranno compiere scelte coraggiose, sfidando i propri elettorati, c’è il rischio che al prossimo summit non siano più ammessi rinvii e ambiguità. Global Britain post Brexit e l’America First potrebbero influenzare notevolmente il 2025 e spingere sempre più nazioni nei BRICS. L’Italia dovrà partire dal “Piano Mattei” per l’Africa, primo banco di prova per una nuova stagione di cooperazione costruttiva con il Sud del mondo.

Il G7, per non perdere scala globale nel futuro, deve necessariamente allargarsi. I membri sono consapevoli di questa necessità, come dimostrato dall’incremento degli invitati esterni, selezionati in base alla presidenza di turno. Tuttavia, le potenziali inclusioni dirette nel gruppo rimangono limitate al momento, con Australia e Corea del Sud come principali candidate. Il metodo degli inviti selettivi, pur utile, non offre una soluzione strutturale duratura.
L’Arabia Saudita, per esempio, non ha ancora formalizzato il proprio ingresso nei BRICS, partecipa come membro esterno. Questo è stato il primo incontro dopo l’espansione del gruppo nel 2023, al quale hanno partecipato i nuovi membri: Emirati Arabi Uniti, Iran, Egitto ed Etiopia. La Turchia sta prendendo sempre più le distanze dal blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti. Lunedì 3 giugno, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, è volato a Pechino per partecipare a un vertice con il suo omologo cinese, Wang Yi, e altri funzionari.
L’UE appare schiacciata tra G7 e BRICS (anche l’Ungheria ha chiesto di partecipare) e forse a breve questi due gruppi si divideranno l’influenza globale in pieno stile “guerra fredda”. I BRICS hanno un quid però, una banca di sviluppo che interviene a fondo perduto e punta a creare benessere, il contrario ad esempio della BCE.
L’Italia può diventare coordinatrice d’un gruppo mediterraneo ed africano intermedio e rappresentare tali istanze nel G7, posizione geografica e potenzialità geografiche lo suggeriscono, occorrerà un Piano Mattei globale ed un lavoro profondo di Eni. Il tempo stringe.



