Ursula bis, è fumata nera. L’ombra di Le Pen

martedì, 18 Giugno 2024
3 minuti di lettura

Ursula von der Leyen dovrà ancora faticare un po’ prima di ottenere il via libera  alla riconferma a presidente della Commissione Ue. L’incontro informale  di ieri sera a Bruxelles tra i capi di Stato e di governo europei non ha prodotto risultati. «Al momento non c’è accordo sui vertici Ue», ha sentenziato in nottata il presidente del Consiglio europeo Charles Michel.

Una fumata nera prevedibile. Ma che dà l’idea della complessità del risiko in atto nelle principali capitali europee in questi giorni. Cerchiamo di capirci qualcosa.

Innanzi tutto, chiariamo che la partita per Ursula è in realtà una partita doppia: quella della redistribuzione delle cariche a livello europeo (il cosiddetto “top job Ue”) e quella dell’equilibrio politico che potrà scaturire dalla (nuova?) maggioranza a Strasburgo e Bruxelles.

La presidente uscente rimane certo la spitzenkandidat  del Ppe per la carica numero 1 della gerarchia europea e nessuno ieri sera  s’è messo di traverso. Però l’accordo ancora non c’è , visto che le trattative per il “top job” non sono al momento chiuse. E si dà il caso che, quello delle cariche Ue, sia un “pacchetto” unico. Per cui, se non c’è accordo sui ruoli apicali (e a seguire su commissari e vicepresidenti) , non c’è nemmeno accordo sul presidente.

Secondo le indiscrezioni della vigilia, c’erano,  in questo “pacchetto”, anche la  riconferma della popolare Roberta Metsola alla presidenza del Parlamento Ue, la nomina del socialista portoghese Antonio Costa alla presidenza del Consiglio europeo nonché la designazione della premier estone Kaja Kallas ad Alto rappresentante della politica estera Ue. Ma qualcosa deve essere successo, visto che Antonio Tajani ha avanzato perplessità sulla scelta di Costa. Evidentemente s’è aperta una frattura all’interno della maggioranza. Il fatto è che i popolari vogliono far valere il peso dei 190 seggi conquistati a Strasburgo nelle ultime elezioni e non ci stanno a cedere troppo spazio alle pretese degli alleati perdenti del Pse e del raggruppamento liberale.

Ma, al di là del braccio di ferro sulle cariche, sugli incontri ai massimi livelli dell’ Ue grava l’ombra delle elezioni francesi e dell’annunciato successo di Marine Le Pen. Di qui un certo nervosismo che traspariva ieri sera dalle dichiarazioni  di diversi leader europei. Tra questi Olaf Scholz che ha dichiarato l’intenzione dei massimi esponenti della maggioranza di chiudere al «più presto» le trattative. Perché questa fretta? Evidentemente, socialdemocratici, liberali e (un po’ meno) popolari temono di trovarsi in piena transizione di potere al momento dell’eventuale vittoria del Front National di Jordan Bardella.

E poi, last but not least, c’ è la questione Giorgia Meloni. Ieri sera è arrivato il fuoco di sbarramento di socialisti e di parte dei popolari all’ipotesi di accordo con i conservatori dell’Ecr. Sempre Scholz ha escluso ogni trattativa in tale direzione, mentre il premier polacco Donald Tusk  (popolare) ha dichiarato che non c’è bisogno dei voti della Meloni per ratificare al Parlamento di Strasburgo la nomina della von der Leyen.

Sulla carta sarebbe effettivamente così. La maggioranza uscente (popolari, liberali e socialisti) può contare oggi su 440 eurodeputati e il quorum per l’elezione è a 361. Sembrerebbe un margine ampio in favore della von der Leyen. Ma le cose nella realtà stanno diversamente perché la quota di franchi tiratori è, per un motivo o per l’altro, tradizionalmente alta a Strasburgo e quindi potrebbe bastare una manciata di voti per far saltare l’intera operazione. Basterà ricordare che quattro anni fa a Ursula mancarono 80 voti. Se ciò si ripetesse anche nel luglio prossimo, Ursula non ce la farebbe. Sarebbe meglio non rischiare, anche perché un eventuale flop al voto della sessione plenaria di Strasburgo avrebbe effetti devastanti per l’Europa in questo momento di guerre e di forti tensioni internazionali.

La Meloni, che ieri sera ha avuto un incontro bilaterale con Michel, non è da parte sua disponibile ad accordi di basso profilo. La premier italiana auspica che «l’Europa comprenda il messaggio arrivato dai cittadini europei». E, per quanto riguarda in particolare il nostro Paese, chiede che all’«Italia venga riconosciuto il ruolo che le spetta in termini di competenze dei commissari». Il che vuol dire, di fatto, un vicepresidente della Commissione con deleghe forti.

«Il metodo è sbagliato», dice anche la presidente del Consiglio, che aggiunge: «Io non ci sto ad accettare un pacchetto di nomine preconfezionato, le soluzioni di cui si discute non sono state concertate con tutti. Ma soprattutto non ha senso parlare di nomi senza fare prima un’analisi seria e profonda del voto».

Insomma, ci sarà ancora  parecchio da discutere intorno all’ipotesi di un Ursula bis. Chissà se alla fine, al Consiglio europeo del 27 giugno (quello da cui dovrebbe formalmente uscire il nome del nuovo presidente della Commissione Ue) ci sarà la tanto auspicata fumata bianca. Dopo tre giorni si svolgeranno le elezioni in Francia. E le preoccupazioni della nomenklatura europea saranno rivolte al terremoto che potrà abbattersi sugli asseti di potere Ue all’apertura delle urne.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.