L’insostenibile pochezza dell’Italia: quant’è lontano il calcio spagnolo

martedì, 25 Giugno 2024
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Avanti senza gloria, come nel 1982, ma allora l’epilogo fu diverso e in squadra c’erano gente come Zoff, Rossi, Tardelli e Bruno Conti, fior fiore di talenti. Avanti senza gloria, con un gol della vita di Zaccagni all’ultimo battito della partita, che ci aveva condannato, dopo l’ennesima prestazione scialba, all’infernale calcolo combinatorio dei ripescaggi. Contro la Croazia, che avrebbe meritato miglior sorte, la Nazionale italiana ha dato qualche segnale di vita, rispetto allo scempio mostrato contro la spettacolare Spagna, ma se ancora una volta Donnarumma è stato il migliore in campo è doveroso farsi più di qualche domanda, nonostante le contorsioni interpretative di Spalletti.

Un approccio orribile all’inizio dei due tempi, così com’era successo contro l’Albania, squadra confusa, l’insopportabile costruzione dal basso e giocatori che a questo livello mancano di alcuni fondamentali. In più gli uomini-chiave che sono letteralmente sulle gambe. L’Italia non ha più un grande centravanti, non ha più grandi fantasisti se si pensa che fino a pochi anni fa poteva vantare Baggio e Del Pietro, Mancini e Totti. Le resta Donnarumma in formato mondiale. Il presidente Gravina è riuscito a dire: «Abbiamo una squadra normale», sarebbe più giusto dire modesta, perché questa è la cifra tecnica degli Azzurri.

E bene ricordarselo: la Nazionale è lo specchio fedele della Serie A, alle spalle della quale c’è un sistema profondamente malato. Un signore di nome Gianni Rivera è cresciuto in un oratorio di Alessandria dove ha potuto dare libero sfogo al suo talento senza che nessuno lo assillasse con la tattica o gli insegnasse metodi antisportivi.

Gli oratori, così come li abbiamo conosciuti non esistono più, sono preziosi centri di aggregazione finalizzati prevalentemente ad arginare fenomeni di degrado sociale. Sono subentrate le scuole calcio, che di scolastico, inteso come pedagogia della sportività non hanno niente. I tecnici lavorano sull’esaltazione del singolo giocatore, sui risultati e sulla tattica lasciando poco spazio al talento e al divertimento. In più, volenti o nolenti, avallano le frustrazioni dei genitori che vedono nel figlio un sicuro fuoriclasse. C’è un aspetto da non sottovalutare: le scuole calcio si pagano, alcune profumatamente, quindi i genitori, tutti i genitori, pretendono che debba giocare sempre. Ecco il corto circuito. Aggiungiamoci pure che molti genitori sono i primi tifosi ultras dei figli e che spesso la partitella della domenica finisce in rissa o con l’aggressione del malcapitato arbitro.

Ma nonostante tutto, i ragazzini emergono lo stesso, ce ne sono alcuni di talento pronti ad entrare stabilmente nel giro delle Nazionali. Non è un caso se la rappresentativa Under 21 abbia vinto cinque titoli europei e se la Under 17 si sia appena aggiudicata il campionato continentale svoltosi a Cipro. Ma questi ragazzi si perdono per strada, tra prestiti e panchine, e in prima squadra non arrivano mai perché i club italiani, sempre sotto pressione, non hanno il coraggio di lanciarli con la scusa della mancanza di esperienza e della maglia “che pesa”. Una tendenza che ha trasformato le squadre del campionato di serie A da serbatoi della nazionale in piccole multinazionali. Eccetto l’Inter che presenta uno zoccolo duro di italiani, tutte le altre squadre presentano nella formazione-tipo 9, 10 e persino 11 titolari stranieri. Per disperazione, Mancini chiese di pescare qualche giocatore di prospettiva dagli oriundi, è arrivato l’argentino Retegui che aveva i due nonni arrivati in Sudamerica dal Belpaese. Ma non è Messi. Tra le concause anche il ruolo sempre più pervasivo dei procuratori che oltre a sparare commissioni fuori mercato pretendono ingaggi sproporzionati per i loro assistiti italiani. Quindi i club guardano all’estero dove trovano giocatori di pari valore e a prezzi molto più bassi.

Gli impianti sono un’altra piaga del sistema, anche solo rinnovare uno stadio richiede tempo e una mostruosa burocrazia tra accordi di programma e fase operativa. Il degrado del Flaminio a Roma, un gioiello architettonico, grida vendetta. Cade a pezzi e non si è ancora capito se la Lazio si farà carico di recuperarlo. La Juventus ha dovuto attendere ben undici anni prima di inaugurare il suo stadio sulle ceneri del Delle Alpi. La Milano cosmopolita si è incartata per cinque anni prima di giungere a un’ipotesi di ristrutturazione di San Siro, ma Inter e Milan stanno valutando di farsi lo stadio nell’hinterland. Ci sono progetti di recupero in mezza Italia, ma non è dato sapere quando partiranno. Intanto l’Italia, insieme alla Turchia, organizzerà gli Europei nel 2032. A oggi soltanto Roma, Milano e Torino entrano nel novero degli impianti che ospiteranno l’evento, ne mancano due e non ci sono.

Dopo il disastro del 2010, quando l’Italia campione del Mondo uscì al primo turno del mondiale sudafricano, la federazione chiese a Roberto Baggio, presidente del settore giovanile della Figc, un progetto di riforma del calcio italiano.  Nel dicembre del 2011, il Divin Codino mise sul tavolo un documento di 890 pagine, pieno zeppo di idee, schemi, proiezioni e foto. “Rinnovare il futuro”, era l’ambizioso titolo dello studio. «Chiedevamo – ricorda Vittorio Petrone, lo storico manager di Baggio – di fare un investimento importante sulla cultura dei vivai, infondere valori ed etica lungo tutto il percorso di crescita, dai bambini di 10 anni fino ai ragazzi della Primavera. Ma anche di dare uniformità alla formazione dei tecnici, spesso trascurata e affidata a singole iniziative». Risposta della Figc? Nessuna. Lo studio restò lettera morta e Baggio chiuse per sempre col calcio.

Subito dopo aver lasciato la presidenza della Lega Pro Francesco Ghirelli rilascio un’intervista al Corriere della Sera: «Siamo stati il campionato più bello del mondo, condizionato da un tarlo: si reggeva sulle plusvalenze. Non abbiamo voluto cambiare né riformare, così i nodi sono venuti al pettine. E abbiamo chiuso gli occhi. Ogni stagione perdiamo 1,3 miliardi, la Nazionale non è andata agli ultimi due Mondiali, i giovani calciatori sono sempre meno, le strutture sportive carenti, gli stadi obsoleti. Devo continuare? O lo cambiamo o entro dieci anni la sua sorte sarà segnata e diventerà sport residuale, per anziani».

Per tornare alle vicende “terrene” ora c’è la Svizzera. Ovviamente Forza Italia, ma queste notti di magico non hanno più nulla.

Foto: guerinsportivo.it

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