Italia: l’Ue non può snobbare la settima potenza mondiale

lunedì, 1 Luglio 2024
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Nonostante una narrazione “da apocalisse” i dati certificano altro.

Nonostante i sermoni di Fubini, in Europa è la Germania ad aver omesso a debito 800 miliardi, di fatto “drogando” l’economia europea per 10 anni, visto che tali denari sono stati distribuiti alle aziende tedesche che ci hanno costruito sopra “Industria 4.0”.

Questo perché la Germania “soffre” Italia e Francia, da sempre più creative a livello economico.

Il surplus commerciale manifatturiero con l’estero di 109,5 miliardi di dollari certifica il ruolo di punta del nostro Paese nell’industria mondiale. Con ben 922 prodotti sui 5206 censiti nel commercio mondiale (Indice Fortis-Corradini 2017, ultimo anno disponibile), l’Italia è prima (240 prodotti), seconda (380) o terza (302) al mondo per saldo commerciale con l’estero. Un risultato che esprime la la qualità profonda delle nostre filiere.

Romano Prodi (che probabilmente se tornasse indietro non punterebbe alle privatizzazioni…) s’illuse di poter imbrigliare i tedeschi nella UE, di fatto controllando la potenza economica tedesca tramite l’Unione. L’errore di matrice fu doppio, perché nello stesso periodo gli USA (di Bush Jr.) s’illusero di controllare i cinesi all’interno del WTO. A conti fatti tedeschi e cinesi hanno fagocitato UE e WTO, di fatto mettendo in crisi chi fu l’apripista, Italia da una parte ed USA dall’altra. In mezzo il decennio 2000-2010 che vide spegnersi il sogno occidentale (ed europeo).

Romano Prodi (con Silvio Berlusconi) tentò di dare costituzione ed organicità alla UE, il piano non andò a buon fine e ci costò carissimo: a Bruxelles iniziò il regno tedesco che portò ad una crisi strutturale perenne ed un mercato interno dominato dai tedeschi tramite gli iniqui accordi di stabilità (ben diversi da quelli che Prodi ed il suo gruppo proposero, ma ormai era tardi). La Germania cavalcò la crisi di debito privato 2008 per far saltare la Grecia, utilizzata come testa di ponte per far passare politiche d’austerità ritagliate sul nuovo marco (l’euro forte). La crisi fu politica e travolse l’Italia di Berlusconi (che una sinistra illusa credeva di recuperare..) che di fatto non si riprese per un decennio, gestita da governi tecnici o deboli (entrambi i governi Conte non incisero, anzi furono protagonisti d’errori economici tra cui il Pnrr e politici, il caso Rackete ad esempio, creato a tavolino da Berlino).

Draghi poi ci ha messo una pezza.

L’introduzione dell’euro e la sua forza relativa hanno avuto un impatto significativo sulle economie dei paesi membri dell’Eurozona. Per i paesi con economie non flessibili (quindi agganciate ad una moneta forte) come la Germania, l’euro forte ha permesso d’ esportare a costi relativamente più bassi rispetto a una valuta nazionale potenzialmente più forte, come sarebbe stato il marco tedesco. Per l’Italia e altri paesi del Sud Europa, un euro forte ha reso più costose le esportazioni, mettendo alla prova la competitività dei loro prodotti e portando a una diminuzione della quota di mercato in alcuni settori.

La Germania ha accumulato un surplus commerciale significativo grazie all’euro forte che ha mantenuto i suoi beni relativamente economici all’estero, mentre l’Italia, pur mantenendo un surplus manifatturiero, ha sofferto in altri settori meno competitivi a livello internazionale. L’euro forte ha contribuito a mantenere bassa l’inflazione nei paesi dell’Eurozona, soprattutto in Germania, e i tassi di interesse sono stati mantenuti bassi dalla Banca Centrale Europea (BCE), favorendo prestiti e investimenti ma creando anche disuguaglianze tra i paesi membri. La crisi finanziaria globale del 2008 ha evidenziato le debolezze strutturali all’interno dell’Eurozona, con paesi come la Grecia (che però era indebitata con le banche tedesche, quindi la su crisi fu scatenata da debito privato e non pubblico), l’Italia (che pagò scelte politiche e mancanza d’imporsi su certi temi strategici) e la Spagna (che di fatto fu obbligata a chiedere soldi alla UE) che hanno affrontato crisi in parte esacerbate da un euro forte che limitava le loro capacità di svalutare la propria valuta per stimolare l’economia, in quanto flessibili.

In risposta alla crisi, la Germania e altri paesi del Nord Europa hanno spinto per politiche di austerità (che favoriscono chi gestisce l’economia con la moneta forte), che hanno portato a tagli della spesa pubblica (quindi a sanità e scuola) e a riforme strutturali nei paesi in crisi, spesso con risultati sociali ed economici contrari al risultato atteso. Le politiche economiche e la forza dell’euro hanno accentuato le disparità economiche tra i paesi del Nord e del Sud Europa, creando tensioni politiche e sociali all’interno dell’Eurozona. In sintesi, l’euro forte ha avuto benefici significativi per le economie non flessibili come la Germania (ed i suoi satelliti), mentre ha creato sfide per le economie flessibili come quella italiana, influenzando la competitività delle esportazioni, accentuando le crisi del debito e contribuendo a politiche di austerità.

L’esclusione dell’Italia in queste consultazioni UE non è causata in realtà da Giorgia Meloni ma da una matrice di pensiero: l’Italia in Europa va limitata in tutti i modi, l’obiettivo è non tornare al 2007, anno cui Roma e Parigi ancora potevano (oltre a Londra) dettare una linea a Berlino, l’obiettivo reale e non tornare un Belpaese trascinante in Europa e migliore nei fondamentali economici. Lo scontro è politico ed economico.

Serve anche un cambio di passo a livello psicologico: una governance che in conferenza stampa dica di lavorare per portare l’Italia dal settimo posto nel G7 al quinto posto. Lo meritiamo.

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