Ursula von der Leyen cerca i voti del Parlamento di Strasburgo per la riconferma a presidente della Commissione europea. Giorgia Meloni sembra orientata a negarle quelli del suo gruppo. Il co-presidente dell’Ecr, Nicola Procaccini (praticamente il luogotenente di Giorgia al Parlamento Ue) lo ha detto chiaramente: «Non ci sono le condizioni».
Dunque il 18 luglio, giorno della sessione plenaria a Strasburgo, i conservatori europei diranno no a Ursula? In politica, si sa, non bisogna mai dire mai. E il no, come anche il sì, non sono in realtà assoluti.
In questo caso è probabile che l’improvviso diniego pronunciato da Procaccini rappresenti la risposta dei conservatori europei all’incontro avuto l’altro giorno dalla presidente uscente con i Verdi (Ursula intende coprirsi dai franchi tiratori sia a destra sia a sinistra). In quell’incontro (che pare sia andato bene), gli ecologisti hanno dichiarato di garantire i loro 53 voti a condizione di escludere i conservatori. «La cosa importante è che costituiamo una maggioranza senza l’Ecr», ha affermato il copresidente del gruppo Terry Reintke. È una dichiarazione di ostilità che stona con il clima ovattato di questi giorni a Bruxelles, dove domina al riservatezza in vista dello showdown del 18 luglio.
Logico quindi il fuoco di sbarramento dei conservatori. Imprudente comunque la sortita dei Verdi perché una parte del Ppe (il partito di Ursula) non vuol saperne di accordi con la sinistra. In ballo ci sono cose ben più importanti delle schermaglie politiche, come una possibile revisione del Green Deal, cosa che naturalmente farebbe infuriare i Verdi a Strasburgo.
È per questo che, alla fine, lo stesso Procaccini non ha chiuso completamente la porta. E lo ha fatto ricordando che martedì Ecr si incontrerà con la presidente uscente. «Se facciamo questo incontro è perché vogliamo sentire le cose da von der Leyen».
È noto d’altra parte che Ursula non rifiuterebbe l’eventuale aiuto che arrivasse dagli eurodeputati di FdI. L’unica condizione posta dalla von der Leyen è che ogni sostegno venga da partiti favorevoli all’Ue, all’Ucraina e allo “Stato di diritto”. Chiara la chiusura verso i Patrioti per l’Europa di Viktor Orban, Marine Le Pen, Matteo Salvini.
C’è però sostegno e sostegno. C’è il sostegno solo offerto. E c’è il sostegno offerto perché richiesto. Ed è quest’ultimo ad avere effettivo valore politico. Alla Meloni interessa d’altra parte assicurare all’Italia una posizione di rilievo all’interno della nuova Commissione europea. Per la verità, un simile risultato spetterebbe al nostro Paese di diritto, come ha ricordato Romano Prodi in una intervista al “Corriere della Sera”: «Che l’Italia abbia un commissario di peso è ovvio. Lo ha sempre avuto. Poi sarà Meloni a spingere per l’Economia, Concorrenza, Bilancio o Agricoltura».
Il problema è che non va ignorato il profilo strettamente politico. Che a Bruxelles significa la serie dei tavoli informali in cui normalmente ci si siede dietro le quinte. È lì che si prendono le decisioni più importanti. Non è quindi indifferente se il 18 luglio gli eurodeputati di FdI dicano sì o no a Ursula von der Leyen.
La Meloni ha, per la verità, anche l’interesse a tenersi le mani libere in Europa, non foss’altro che per coprirsi a destra e non subire più di tanto la concorrenza di Orban e Le Pen. Procaccini ha fatto capire che un eventuale voto a favore della von der Leyen non vorrebbe dire entrare nella sua maggioranza: «Rispetto all’esperienza nazionale, a Bruxelles non esiste una maggioranza e una minoranza al Parlamento europeo. Esistono le maggioranze e le minoranze che si formano in ogni singolo voto».
Se vuole i voti di Giorgia, Ursula li deve al dunque chiedere. Ma su questa eventualità pende la vaga minaccia dei Verdi. «Niente è ancora chiuso, decideremo venerdì». Chissà se il 18 luglio non assisteremo a qualche finale a sorpresa…



