J.D. Vance, ovvero quello che meno di aspetti da un candidato repubblicano alla vicepresidenza degli Usa. È un operaista, antiabortista, di radicati princìpi conservatori, ex combattente in Iraq, tiepido sul sostegno all’Ucraina, autore di un bestseller in cui si raccontano i problemi di vita della “working class” del Midwest. Insomma, a tutti può piacere Vance, meno che all’establishment finanziario Usa. Eppure Donald Trump l’ha scelto come numero 2. Perché lo ha fatto?
Prima di rispondere, cerchiamo di raccontare un po’ meglio l’uomo nuovo della destra americana, quello che dovrebbe affiancare “The Donald” (se vincerà le elezioni) nella guida degli Usa per i prossimi quattro anni e poi, chissà, capeggiare i repubblicani nelle elezioni presidenziali del 2028. Senatore trentanovenne dell’Ohio, Vance viene da una famiglia povera ed ha respirato fin da bambino la crisi della cintura industriale americana. Le ricadute umane di questo declino le ha descritte nel romanzo autobiografico “Hillbilly Elegy” (in Italia è pubblicato da Garzanti con il titolo “Elegia americana”) , dove si parla di famiglie sfasciate, con padri assenti e madri alcolizzate, ma dove comunque i valori tradizionali e comunitari sopravvivono e si trasmettono grazie alla testimonianza dei nonni.
Diventato film con Netflix, il libro di Vance ha per primi protagonisti gli operai bianchi che si sono sentiti traditi dal Partito democratico nel suo abbraccio con le grandi corporation. È la classe che nell’ultimo decennio ha sconvolto i tradizionali equilibri della politica americana spostandosi a destra e gonfiando le vele del consenso di Trump nella vittoriosa campagna del 2016.
Ma Vance non è solo questo. Profondamente legato ai valori naturali e tradizionali, condivide i princìpi dell’America profonda, come ad esempio la difesa della vita e il rifiuto dell’aborto. Questo legame con la terra e con il popolo, lo porta anche a guardare con sospetto alle avventure “imperiali” del suo Paese, come testimonia il fatto che in Senato è stato uno dei più strenui oppositori agli aiuti militari all’Ucraina.
Secondo alcuni commentatori, Trump avrebbe sbagliato a scegliere Vance come vicepresidente. Avrebbe invece dovuto optare per nomi più graditi all’elettorato “moderato” o a Wall Street, tipo il governatore del North Dakota , Doug Burgum, oppure il senatore della Florida, Marco Rubio.
Il fatto è che Donald Trump (e qui proviamo a rispondere alla domanda iniziale) è convinto di vincere le elezioni motivando il suo elettorato e non cercando di “rubare” segmenti di opinione al rivale Joe Biden. La sua scelta si fonda sulla considerazione che la situazione politica americana è talmente polarizzata che difficilmente possono avvenire passaggi di votanti da una parte all’altra. Vince insomma le elezioni chi riesce a spingere il maggior numero di “propri” elettori alle urne.
Non ha quindi senso andare a pescare voti in un generico “centro” quanto piuttosto presentarsi all’elettorato in modo coerente e deciso. In questo senso, J.D. Vance, proprio in virtù della sua “radicalità”, rappresenta la scelta migliore. Il giovane senatore possiede tutte le caratteristiche per mobilitare le “legioni” del Maga (acronimo del Make America Great Again), vale a dire il cuore dell’elettorato trumpiano.
Se le cose stanno così, vuol dire che Trump punta sulla ribellione popolare contro le élite globaliste, accentuando quella vocazione sociale che gli consegnò la vittoria nel 2016. Vuol dire anche che in questi otto anni la vita della classe media e di quella operaia americana non è affatto migliorata e che lo strapotere dell’establishment finanziario continua a produrre disagio negli strati più bassi della società. La nuova scommessa dell’ex presidente può essere oggi quella di allargare questo messaggio sociale, oltre la classe operaia bianca, anche alle comunità dei lavoratori neri o ispanici.
È una esperienza che può interessare anche l’Europa. Siamo forse alla vigilia di un significativo cambiamento storico. Dopo il 5 novembre 2024, giorno delle elezioni presidenziali Usa, la politica non sarà probabilmente più lo stessa. Non solo in America. Gli “sconfitti della globalizzazione”, il ceto medio e i lavoratori impoveriti registreranno la loro vittoria politica. E qualcosa dovrà cambiare. Speriamo.



