Far contenta Bruxelles a colpi di riduzione della spesa pubblica senza scontentare i cittadini. è questo il compito improbo della Nadef, la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza che dovrà essere presentato entro il 27 settembre.
È questa la madre di tutte le battaglie per la Meloni, quella che segnerà il successo o la sconfitta della sua legislatura. Altro che Autonomia regionale (affossata dalla Chiesa e quindi destinata non realizzarsi) o il vecchio sogno berlusconiano del premierato. È qui che la sorella d’Italia si gioca il suo lascito politico. Ma perché quest’anno la Nadef è così importante?
La sua presentazione segna un momento cruciale perché con il nuovo Patto di Stabilità europeo, che impone regole più stringenti e una pianificazione a lungo termine, la Nadef diventa un documento chiave per definire la traiettoria economica del Paese e, di conseguenza, la tenuta del governo di fronte agli elettori.
Il contesto è reso ancora più complesso dalle nuove regole europee, che richiedono un impegno concreto e dettagliato da parte dei governi nella gestione delle finanze pubbliche, e stringenti piani di rientro dal deficit. Il Piano Strutturale di Bilancio (PSB), che sostituirà la Nadef tradizionale, avrà un orizzonte temporale che potrà estendersi fino a sette anni, vincolando di fatto l’azione del governo oltre l’attuale legislatura. Questa nuova pianificazione rende indispensabile una rigorosa gestione della spesa pubblica e una stretta cooperazione con la Commissione Europea, ponendo il governo – che dopo il risultato tutto sommato deludente delle elezioni di giugno ha un rapporto sempre più complicato con Bruxelles – di fronte a sfide non indifferenti.
Uno degli aspetti più delicati riguarda la necessità di mantenere il deficit sotto controllo, con una riduzione strutturale annua di 0,6-0,7 punti di Pil. Questo obiettivo è particolarmente stringente alla luce delle pressioni interne – targate soprattutto Lega – per aumentare la spesa sociale e sostenere le famiglie colpite dall’inflazione. Tuttavia, il vero nodo critico si pone con la fine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) nel 2026. Il rischio è che, con l’esaurirsi dei fondi venga meno anche lo stimolo alla domanda interna, creando un vuoto che potrebbe frenare la crescita del Pil e rendere ancora più insostenibile il nostro enorme debito pubblico.
Per evitare un “rimbalzo negativo”, il governo dovrà orchestrare una transizione ordinata tra la fine del Pnrr e l’avvio di nuovi investimenti a regime normale. Ciò richiede una revisione della composizione della spesa pubblica, privilegiando una volta tanto gli investimenti rispetto alla spesa corrente, e concentrando le risorse su settori strategici come digitalizzazione, istruzione e sanità. Tutte cose promesse dagli esecutivi degli ultimi vent’anni e non attuate da nessuno. Inoltre, sarà cruciale avviare riforme che aumentino la produttività e migliorino l’allocazione del lavoro, anche attraverso una gestione più efficiente dei flussi migratori e l’incentivazione della partecipazione femminile nel mercato del lavoro.
Il problema principale per il governo è rappresentato dalla possibile reazione dei cittadini, che da questo governo si aspettavano politiche molto generose. L’attuazione delle misure richieste dall’Europa, come la riduzione delle agevolazioni fiscali e la riforma delle concessioni balneari, rischia di scontentare ampi settori dell’elettorato del centrodestra, alimentando un malcontento del quale potrebbero approfittarsi gli “alleati d’opposizione” Tajani e Salvini. Con le elezioni regionali in Emilia Romagna e Liguria alle porte, il rischio di una sconfitta elettorale diventa un fattore destabilizzante, capace di mettere in crisi la tenuta del governo.
La situazione è resa ancora più critica dal fatto che le risorse necessarie per ridurre le tasse sui redditi fino a cinquantamila euro, una delle promesse elettorali del governo, sono difficili da trovare.
In questo contesto, la Nadef non è solo un documento tecnico che interessa solo gli addetti ai lavori, ma rappresenta una prova di forza per il governo. La sua capacità di mantenere un equilibrio tra le esigenze di Bruxelles e quelle degli elettori italiani determinerà non solo la stabilità economica del Paese, ma anche la tenuta politica dell’esecutivo nei prossimi tre anni. Se a Palazzo Chigi riusciranno a trovare un equilibrio, tagliando la spesa pubblica con chirurgica precisione senza scontentare legioni di elettori, la Meloni avrà dimostrato di essere una politica che, oltre a vincere le elezioni, sa anche governare.



