Finché era la politica, strumentalmente o meno, ideologicamente o meno, a incagliarsi su concetti che invece andavano e vanno trattati separatamente, singolarmente, con serietà, come la differenza tra accoglienza e cittadinanza, poteva passare.
Ma ora ci si sta mettendo pure la Chiesa. Addirittura con papa Francesco che sembra da un lato confermare gli assunti terzomondisti e globalisti da Onlus della Cei (si pensi alle recenti esternazioni del Cardinale Zuppi), proprio quella visione che il pontefice voleva bandire (“La Chiesa non è una Onlus”); dall’altro, sembra voler rimettere in riga e moderare le eccessive fughe a sinistra della sua istituzione.
Non a caso “Libero” ha titolato il numero di giovedì in modo ineccepibile: “La Chiesa in testacoda”.
Vediamo perché. La storia del veliero della Fondazione Migrantes che ha affiancato per giorni la Mare Jonio di Luca Casarini, il no-global che ha scalato le classifiche del gradimento in Vaticano, parla chiaro. E’ solo l’ultimo tassello di un mosaico buonista che si presta purtroppo a ogni interpretazione faziosa. Con tutte le ripercussioni che abbiamo letto ovunque, in termini di polemiche accese.
Al punto che Francesco ha sentito il bisogno di intervenire per salvare capra e cavoli, dando il classico colpo al cerchio e alla botte.
Nell’udienza generale in piazza San Pietro da detto che “Dio è con i migranti”. Poi, ha aggiunto che non accoglierli è “peccato”.
Tirate le somme: una posizione “alta” che oggi, indubbiamente, fa il gioco del Pd, dei grillini, dei liberal e radical e di tutti quelli che auspicano una società liquida, patria degli indistinti, degli apolidi, dove non c’è, né ci sarà più, la naturale distinzione tra cittadini locali, autoctoni, che appartengono a un’identità, a un storia, a una tradizione culturale, religiosa etc, e cittadini arrivati dopo, più o meno italianizzati, più o meno integrati (visto che islamici e cinesi non sono integrabili e sono incompatibili con la nostra identità, come ebbe modo di dire alcuni decenni fa, proprio il cardinal Biffi).
Il problema è che sia certa parte della Chiesa, sia la nostra sinistra politica, intellettuale, giornalistica, certe volte paiono marciare di pari passo: si chiama umanitarismo astratto, globalismo universale, che considera i confini, le frontiere e le identità, il male, un limite inaccettabile (la famosa “civiltà dei ponti” contrapposta all’ “inciviltà dei muri”). Domanda: come mai nel Medioevo i borghi erano circondati da mura? Semplice, per preservare l’identità e la sicurezza degli abitanti. E il fatto di avere le mura, faceva sì che ci fossero anche i ponti levatoi; tradotto, la relazione, il dialogo, l’apertura con l’esterno. Se si ha un’identità sicura, certa, non si ha paura dell’altro. Se la si perde, l’altro diventa un pericolo, un nemico: l’esatto contrario della narrazione mondialista. Solo mura è sbagliato, solo ponti è sbagliato. Arriva un popolo con un’identità forte e ti cancella.
Ritornando a noi è ovvio che le frasi del papa e della Cei abbiamo fatto saltare i nervi alla destra, specialmente alla parte leghista. Igor Iezzi ha chiesto alla Cei di “essere conseguente con i fedeli e dire loro quanti migranti intende ospitare in Vaticano”. Nino Germanà ha tirato in ballo i finanziamenti della Chiesa: “Quanto dell’8 per mille sarà speso per accoglierli da loro?”. E via dicendo.
Nemmeno la successiva frenata del pontefice ha placato gli animi: “I migranti nei mari non dovrebbero esserci. Dobbiamo unire le forze per fermare i criminali trafficanti”.
Della serie, il governo Meloni fa bene a impedire le partenze, con accordi in loco, aiutando lo sviluppo dei paesi poveri (il piano Mattei), e fa bene a combattere le cause della criminalità, il business della fame.
Ma restano i nodi di fondo, che dovrebbero essere definitivamente sciolti.
Un conto è l’accoglienza, che si deve a tutti, nel nome dei valori di umanità e solidarietà, naturalmente parametrata alla capacità logistica, sanitaria, economica di assorbirli (oltre tale soglia non è possibile ospitare il mondo); un conto è l’integrazione che è strettamente legata alla cittadinanza. E qui entriamo in un tema estremamente delicato. La cittadinanza è un percorso graduale, volontario, corroborato dai fatti e non dalle intenzioni, che presuppone lo studio, il lavoro, la fedina penale pulita, la condivisione e accettazione dei nostri valori, costituzionali, morali e sociali. Altro che diventare cittadini per il solo fatto di pestare un suolo (che è frutto di una storia, dell’identità di un popolo), o studiare qualche anno (lo ius scholae voluto da Fi).
E se la sinistra mira proprio ad annullare differenze e identità col pretesto del cittadino del mondo, del cosmopolita, la Chiesa, soprattutto l’odierna, rischia di fornire il cuore al globalismo.
Speriamo che il papa si ricordi di un’altra frase che ha detto un paio di anni fa, che “l’accoglienza deve essere sostenibile”. Perché allora cambiare sempre idea? Strategia, opportunismo, sopravvivenza?
Profughi. Il papa, la CEI e quel cortocircuito cattolico che fa il gioco della sinistra



