Pierfrancesco Favino è il cardine su cui ruota il personaggio di Maria Callas nel film di Pablo Larrain in cui recita al fianco di Angelina Jolie e che ha incantato il pubblico con 10’ di applausi a Venezia. Il suo Ferruccio più che un maggiordomo è un padre fratello per la protagonista e rappresenta l’ennesimo grande ruolo internazionale per un monumento del nostro cinema, un artista che se fosse nato a New York avrebbe già una stella sulla Walk of Fame. L’incontro con i giovani artisti nella masterclass promossa da Campari è una carezza condita da alcune pillole di saggezza di come affrontare la vita, prima ancor che la carriera.
Pierfrancesco Favino a Venezia con i giovani attori
Pierfrancesco Favino parlando di Marta si sofferma sull’esperienza con il regista: “È stato molto bello, conoscevo Larrain e lo ammiravo. Collaborare è stato fin da subito entusiasmante, è un direttore d’orchestra che ha inventato spostando anche la sceneggiatura di Steven Knight. La preparazione prima di andare sul set deve essere fatta con la consapevolezza di potersi poi trovare in una condizione completamente diversa. Scene scritte per un tipo di relazione possono cambiare in base allo spazio che muta. Devi essere pronto a divertirti e andare a scoprire un sacco di cose. Ci sono molti momenti improvvisati”.
“Liberarsi dalle paure mentre si recita è essenziale”, sottolinea Favino citando Anthony Hopkins e poi spiega la differenza tra il cinema e il teatro “A teatro hai la possibilità di perderti e non hai il tempo di guardare il paesaggio. La presenza fisica del pubblico cambia tutto, un dialogo con degli occhi davanti che non ti danno la stessa libertà di quelli di una troupe. Ogni spettacolo prende un tempo e uno spazio diverso, il cinema ha a che fare con tanti aspetti tecnici che interrompono il fruire del tempo. Se domandaste a quegli attori o registi come sono venute le scene preferite di un film non saprebbero spiegare com’è nata”.
“Il nemico numero uno dell’attore e la didascalia, soprattutto se c’è scritto piange. Se c’è scritto piange a pagina cinque cancella anche le cinque pagine di dialogo bellissimo. Io cancello le didascalie dai miei copioni”, spiega Pierfrancesco Favino che poi da un consiglio prezioso ai ragazzi su come approcciarsi ai ruoli “Onestà significa leggere fino in fondo la scena e permettere alla fine allo spettatore di capire dove sta andando la storia, se vedi un film senza capirla c’è un problema. Io non devo strafare o mettere il mio desiderio. A volte ci attacchiamo ai film interiori perché ci fanno sentire più coinvolti, ma in realtà non è li la cosa importante. Noi pretendiamo di sapere come atterreremo alla fine del salto, ma non ci riescono neanche alle Olimpiadi. Il nostro mestiere è costruire il coraggio per staccare i piedi e saltare, non arrivare alla fine del salto. Noi tendiamo sempre a proteggersi, ma per farlo dobbiamo avere davvero tanta esperienza per non perdere l’autenticità”.
Quando gli fanno notare il suo essere camaleontico sottolinea come in realtà all’inizio della carriera possa essere limitante poiché non permette ai casting director di identificarti bene in nessun ruolo: “Riuscire attraverso la trasformazione ad essere te stesso è un’altra cosa, la nostra tradizione è la maschera nella commedia dell’arte. Ora è diventata di second’ordine quando si è pensato che il resto dell’Europa andava in un’altra direzione, ma noi non abbiamo avuto drammaturghi come i francesi ed inglesi ma il teatro popolare. Lo stesso Fellini o Scola hanno messo mano nel calderone della maschera. L’unica cosa che mi sembra utile è non far vedere che sai fare 750 cose a tanti provini potrei mettere in difficoltà un casting director. La trasformazione è a panneggio di chi ha mostrato il suo volto, la confusione non è mai pratica. Io ho sempre avuto la fissa per la lingua, il mio desiderio personale era esprimere bene il mio pensiero e all’inizio la usavo come uno strumento per sfuggire alle cose. Il consiglio che posso dare ai giovani attori è mostrarsi per come si è, molto spesso si viene scelti in base a come si esce dalla porte”.
La costruzione del personaggio e l’esempio del ruolo in Hammamet
Pierfrancesco Favino per raccontare il suo approccio alla sceneggiatura cita uno dei suoi ruoli più iconici, in cui si è messo totalmente al servizio rendendosi irriconoscibile: “La partenza della costruzione del personaggio dipende molto dalla sceneggiatura. Non puoi partire sempre dalla stessa cosa, se sul comodino hai un giallo il tempo della lettura è diverso dalla letteratura russa. Io leggo la sceneggiatura come se non dovessi interpretarlo per comprenderne la storia. Poi inizio a farmi delle domande e a darmi delle risposte. Non amo molto la parola personaggio e preferisco parlare di essere umano, nel caso di Hammamet parliamo di un uomo presente nella collettività e da quella lettura è venuta fuori una leadership unica nella nostra storia recente. Tutte le persone che ho incontrato e intercettato facendo un po’ il cronista su questo me lo hanno confermato. Nonostante sappia perfettamente il filtro che cambia in base alla relazione che hanno con il personaggio. Se parli con un familiare c’è un desiderio di protezione, un avversario politico può avere del rancore. Io porto via ciò che mi è utile”
L’attore dimostra una straordinaria umiltà e totale senso di servizio verso l’arte: “Per quello che mi riguarda è faticoso indossare i panni di’ Pierfrancesco Favino, io non so cosa sono ma so cos’è il rapporto con il mio lavoro. Uno strumento che ho scelto e mi ha scelto, se potessi parlare solo di questo sarebbe bellissimo. È tutto il contorno ad essere noioso. Noi facciamo un mestiere sottovalutato, ho fatto parte di un film che parla di un’artista. Un grande artista è quello che ti fa capire cosa senti tu, non quello che sente lui. Un quadro di bacon o la Callas che cantano emozionano, gli artisti sono quelli che ti permettono di comprendere quello che senti. Noi attori non dobbiamo mostrare quello che sentiamo nel film, al pubblico interessa della sua emozione per la quale pagano un biglietto”.



