400 pagine, 170 idee e un solo no, sufficiente a chiudere la discussione ancor prima di cominciarla. Parliamo delle 400 pagine del Rapporto sulla competitività dell’Unione Europea presentato ieri, nel quale Mario Draghi ha infilato ben 170 proposte per far fronte alle sfide che rischiano di condannare il (mai così) vecchio continente a un declino lento e doloroso. Ma è bastato un no, quello del ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner, a troncare ogni speranza di ripresa. Il suo “nein” è risuonato appena tre ore dopo la pubblicazione dell’appello a fare nuovi debiti comuni per stimolare gli investimenti privati. Parlando con il sito d’informazione Politico Lindner ha infatti commentato con un gelido “La Germania non sarà d’accordo” la proposta di creazione di prestito congiunto dell’UE avanzata dall’ex premier italiano, argomentando che il consolidamento dei rischi e delle responsabilità crea “problemi democratici e fiscali”. E se il ministro delle finanze di Berlino dice no a qualcosa, state certi che a Bruxelles non si muoverà una foglia.
Ed è un vero peccato perché il testo, attaccato sia dalla destra sovranista (le cui proposte economiche rasentano ormai il genere fantasy) che dalla sinistra ecologica (che i piani economici se li fa scrivere da manifestanti adolescenti con gli esiti che sappiano) era pieno di proposte sensate e soprattutto concrete. Draghi ha tracciato una diagnosi precisa e impietosa dei problemi che affliggono l’UE, dalla scarsa innovazione tecnologica alla frammentazione politica, passando per la competizione internazionale sempre più agguerrita da parte di Cina e Stati Uniti.
La posta in gioco è alta. Draghi ha avvertito che l’Europa rischia di diventare una società in declino, con una torta economica che si riduce sempre di più. Il problema è evidente: la produttività del lavoro europeo è inferiore a quella americana, e l’Europa fatica a stare al passo con le trasformazioni tecnologiche globali. Gli Stati Uniti hanno dominato la rivoluzione digitale, mentre l’Europa è rimasta indietro. Anche la Cina sta avanzando, superando l’Europa in settori strategici come quello dei veicoli elettrici.
Il cuore del rapporto si concentra su tre temi chiave: innovazione, energia e sicurezza. Secondo Draghi, l’UE deve mobilitare ingenti risorse, circa 800 miliardi di euro all’anno fino al 2030, per garantire investimenti privati e pubblici che possano dare una spinta all’economia. Questi investimenti dovrebbero concentrarsi su settori strategici come i semiconduttori, le reti digitali e l’energia pulita, con un’attenzione particolare alla transizione verso una mobilità sostenibile e alla reindustrializzazione dell’Europa. Un grosso sforzo, ma non qualcosa di inaudito, perché le “prove generali” sono state fatte con successo in occasione del Recovery Plan col quale siamo usciti tutto sommato in piedi dal disastro Covid.
Purtroppo la posizione della Germania, tradizionalmente ostile all’idea di condividere il debito con gli altri paesi europei, rappresenta una barriera quasi insormontabile per molte delle proposte del rapporto Draghi. Anche altri paesi del nord Europa, come i Paesi Bassi (quelli che amano definirsi “frugali” e sono semplicemente gretti), condividono la posizione di Berlino, condannado il piano a restare lettera morta.
Ma gli stati membri non sono l’unico scoglio. La stessa presidente della Commissione Europea, la tedesca (ma guarda un po’) Ursula von der Leyen, che pure ha di fatto incaricato Draghi di redigere il piano, ha espresso delle riserve sull’idea di nuovi debiti comuni, preferendo che i fondi necessari provengano dal bilancio comunitario piuttosto che da nuove forme di indebitamento. Von der Leyen ha indicato due possibili vie: aumentare i contributi nazionali al bilancio dell’UE o trovare nuove risorse proprie per alimentarlo. Ma siamo sempre di fronte al cane che si morde la coda perché anche queste soluzioni trovano resistenze nei vari Stati membri. Come al solito la mancanza di volontà politica comune è la condanna a morte del progetto europeo.
Prevedendo le probabili resistenze Draghi ha provato pure a suggerire di percorrere la strada di un’Europa a più velocità, in cui gli Stati più disposti a collaborare possano procedere insieme su progetti chiave. Ma se la Germania si sfila, sarà difficile vedere quali paesi saranno disposti a unirsi. Certo con quelli deboli e iper indebitati come il nostro non si fa molta strada.



