Il Campo Largo implode sulla Rai. Vediamo perché

venerdì, 27 Settembre 2024
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L’opposizione si schianta davanti al Cavallo di Viale Mazzini. “Lo Speciale” lo aveva già sottolineato ieri con l’articolo del direttore Fabio Torriero: quello che chiamiamo Campo Largo ha sempre più l’aspetto di un “campo santo”. E il caso Rai è l’ultima l’occasione che ne rivela la crisi. Oggi ne abbiamo la conferma. Sul nuovo Cda ciascuno va per la propria strada: Pd, Azione e Iv si schierano all’opposto di M5S e AVS.

Che cosa è successo? Un classico della commedia (politica) all’italiana.  I parlamentari di Giuseppe Conte e quelli dell’accoppiata Fratoianni/Bonelli votano a favore dei quattro nuovi membri dell’organismo Rai, due dei quali, come rappresentanti dell’opposizione, appartengono guarda caso, l’uno al M5S (Alessandro Di Majo) e l’altro ad AVS (Roberto Natale). Per la cronaca diciamo che gli altri due sono Federica Frangi (FdI) e Antonio Marano (Lega).

Superfluo rilevare che oggi l’opposizione è in preda a una crisi di nervi con reciproco scambio di accuse: Pd e Azione bollano M5S e AVS come opportunisti incoerenti. Questi ultimi si difendono sottolineando l’assurdità dell’”Aventino” sul caso Rai proposto da Elly Schlein, con Bonelli che sentenzia gravemente: «Il Campo Largo non esiste».

Sul piano meramente tattico, diciamo che ha funzionato la mossa del governo di dividere l’opposizione, così che alla fine rinfacciare alla premer di realizzare “TeleMeloni” risulta un’arma propagandistica spuntata.

Su un piano più profondo, va però osservato che la spaccatura sul caso Rai è l’ennesima spia di un limite strutturale dell’odierna opposizione: l’incapacità di trasformarsi in vera coalizione alternativa al governo, al di là della contingente convenienza di presentarsi unita nelle varie elezioni amministrative e regionali disseminate lungo il cammino della legislatura, come ad esempio nelle prossime consultazioni in Liguria.

Il fatto è che un fronte d’opposizione non si costruisce sulla mera somma aritmetica dei voti bensì sulla base di una minima condivisione di valori. Per spiegarci meglio: uno straccio di unità programmatica lo si può sempre trovare tra soggetti eterogenei; quella che però non si può inventare, se non c’è, è l’omogeneità culturale. Ed è proprio questo che manca oggi all’opposizione. Ed è proprio questo che fa apparire il Campo Largo un luogo meramente immaginario, un mito della fantasia politico-mediatica condannato a rimanere cronicamente per aria.

E il motivo principale di questa incompatibilità etico-culturale tra soggetti politici risiede nella natura, diciamo nel Dna, del Movimento Cinque Stelle. Si può girare quanto si vuole intorno al problema, ma rimane il fatto che oltre dodici anni di presenza sulla scena politica nazionale, l’aver potuto contare su un presidente del Consiglio in due diversi governi, l’aver partecipato a un esecutivo tecnico, l’aver conquistato due sindaci in altrettante, importanti città italiane (Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Milano), tutte questi notevoli risultati raggiunti, non hanno cambiato la natura dei pentastellati. I quali, in cuor loro, rimangono sempre i “grillini” delle origini e cioè gente che ha deciso di entrare (o di rimanere) in politica sulla spinta della rabbia e della voglia di destrutturare il sistema. Vale la pena avvertire che usiamo ancora il termine “grillini” anche se il cofondatore del Movimento, Beppe Grillo per l’appunto, è oggi ai ferri corti con il leader Giuseppe Conte.

Il fatto, al dunque, è che i pentastellati non sono “alleabili” con nessuno. E non sono, in definitiva, neanche di “sinistra”. Non sono, se è per questo, neanche di “destra”. Sono figli di un altro tempo, molto diverso da quello in cui si sono formate (da un punto di vista genealogico) le attuali famiglie politiche italiane.

Politologi e commentatori politici non trovano di meglio che definirli “populisti”. È una definizione che sta un po’ stretta ai “grillini”, nel senso che parliamo di un movimento nato, più in generale, sulla delusione (della) e sulla sfiducia (nella)  politica. Di qui la voglia di spaccare tutto. Di qui la rabbia. Di qui la loro fondamentale avversione per qualsiasi forma di alleanza politica. Prova ne sia il fatto che la base pentastellata, come dimostrano tutti i sondaggi, non vuole saperne del Campo Largo.

Al di là delle motivazioni contingenti, la decisione di Conte di votare insieme alla  maggioranza il nuovo Cda Rai, non è che il riflesso della inattitudine del M5S a stabilizzare la politica italiana attraverso la formazione di un blocco politico contrapposto a quello che governa. In fondo, anche  i “grillini” sono uno dei tanti frutti   del tempo “liquido” che stiamo vivendo nel XXI secolo.

 

 

 

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