Vendersi alla Cina. È più o meno questa la richiesta che il gigante automobilistico Dongfeng ha avanzato in cambio dell’apertura di uno stabilimento in Italia, sollecitato dal governo Meloni per venire incontro al continuo calo della produzione della Fiat, sempre più solo una filiale locale del gigante a guida francese Stellantis.
Secondo quanto riportato da Federico Fubini sul Corriere della Sera Pechino avrebbe chiesto al governo italiano di facilitare un rafforzamento nell’Unione Europea del gigante della telefonia Huawei, soprattutto ora che il resto del mondo occidentale (Usa, Canada e Regno Uniti tra tutti) ha deciso di proibire i suoi servizi di rete per il timore che la società li utilizzi per spiare i cittadini. Non solo: Pechino starebbe spingendo per aperture anche sull’intelligenza artificiale. Durante il recente incontro tra Giorgia Meloni e Xi Jinping, i due leader hanno discusso della cooperazione in questo settore, e ora i negoziatori cinesi stanno sollecitando l’Italia a mappare le risorse tecnologiche disponibili nel Paese per esplorare potenziali collaborazioni. Anche in questo caso, l’iniziativa potrebbe rappresentare un rischio, poiché la Cina ha dimostrato di utilizzare la tecnologia avanzata anche per scopi di sorveglianza e controllo.
Oltre a queste richieste, il ministro del Commercio cinese, Wang Wentao, ha chiesto all’Italia di opporsi ai dazi imposti dalla Commissione Europea sulle auto elettriche cinesi, una misura volta a contrastare la concorrenza sleale. È evidente che l’interesse di Dongfeng per l’Italia non si limita alla creazione di impianti produttivi, ma si inserisce in una più ampia strategia di penetrazione economica e politica nel mercato europeo. Certo sono lontani i tempi in cui Gianni Agnelli poteva rispondere in modo sprezzante alla delegazione cinese arrivata a Torino per proporre una collaborazione con la Fiat, dicendo che «In Cina non avete le strade, dove pensate di metterle le auto? E quelle che ci sono, sono intasate da milioni di biciclette».
Sulla carta l’interessamento di Dongfeng poteva sembrare interessante. La casa fondata nel 1969 è uno dei principali produttori cinesi e ha una lunga tradizione nella produzione di veicoli, sia commerciali che passeggeri. L’azienda collabora anche con numerosi marchi stranieri attraverso joint venture, tra cui Stellantis, Honda e Renault, il che le ha consentito di consolidarsi come un attore di rilievo a livello globale.
A livello industriale però, la strategia di Dongfeng per l’Italia non sembra molto attraente. L’obiettivo è creare centri di assemblaggio di semilavorati prodotti in Cina, con una quota minima di componenti italiane a basso valore aggiunto. Insomma, la filiera dell’auto avrebbe ben poco da guadagnarci. Questo modello, noto come “completely knocked-down” (CKD) azzera o quasi le opportunità per le imprese italiane di inserirsi nei processi produttivi ad alto contenuto tecnologico.
La proposta è una doccia fredda per il ministro del made in Italy Urso, da tempo in rotta con i vertici torinesi di Stellantis e alla disperata ricerca di investitori stranieri. Preso atto del totale disinteresse degli altri produttori europei e americani, l’unica speranza erano appunto i cinesi. Ma di fronte a queste proposte, che se confermate nella misura descritta dal Corriere sarebbero una vera e propria umiliazione per il nostro Paese, non resta che rifiutare. Dovendo però affrontare il problema di una crisi del comparto automobilistico che sembra destinata ad aggravarsi sempre di più.
La Cina si compra l’Italia? Cosa c’è dietro l’offerta di Dongfeng



