Mentre l’esercito israeliano sta conducendo le operazioni militari sul Libano meridionale, a cui sono seguiti i bombardamenti dell’Iran, c’è chi si chiede quali possano essere gli sviluppi a medio termine del conflitto considerando la plausibile reazione di Hamas e Hezbollah, oggi colpite al cuore, e la sostanziale impalpabilità dell’Occidente, ridotto a semplice spettatore.
Lospecialegiornale ha chiesto a Marco Di Liddo, direttore e analista responsabile del Desk Africa e Russia e Caucaso del Centro Studi Internazionali, di analizzare le ragioni che hanno indotto Israele a scatenare un conflitto a viso aperto contro le due organizzazioni terroristiche. Probabilmente uno scenario del tutto inusitato. Di Liddo, Benjamin Netanyahu ha deciso di chiudere i conti per sempre con Hamas e Hezbollah?
«Ci sta provando. Nella sua strategia si incrociano sia il dato oggettivo che è la necessità di ripristinare il concetto di deterrenza, testimoniato dall’enorme sforzo militare in atto, e il dato soggettivo, ovvero quello continuare la guerra e vincerla per costruirsi il futuro salvacondotto politico. L’idea di Israele quella è di ridurre all’impotenza Hamas e Hezbollah anche se, la storia ce lo insegna, mai nessuna organizzazione terroristica può essere annientata solo con lo strumento militare. Può essere neutralizzata per qualche anno, poi la rabbia e il rancore repressi torneranno a prevalere fino a riaccendere l’odio atavico».
Come si estingue allora il terrorismo?
«Pur tutelando la propria sicurezza, Israele dovrebbe mantenere sempre aperti i canali diplomatici, con i quali avviare rapporti di tipo politico ed economico attraverso i quali spezzare il legame tra popolazione e terroristi: porre le basi per svolte sociali stabili e pacifiche in luogo di guerre perenni».
La scrittrice libanese Joumana Haddad ha denunciato la comunità internazionale di considerare il suo paese una pedina nelle mani dei Grandi della terra. «Noi siamo i danni collaterali», ha dichiarato. Com’è possibile calpestare i diritti di questo paese ignorandone la sovranità a partire dalla violazione dello spazio aereo e terrestre?
«La scrittrice dice delle cose sacrosante, purtroppo in questi frangenti vige la legge della forza. In questo momento Israele non può, né vuole accettare limiti e divieti delle convenzioni internazionali. E’ un conflitto aperto, totale e lo sta dimostrando a muso duro. C’è chi dice che questa azione sarà un boomerang per Tel Aviv, può darsi, ma intanto i soldati con la stella di David procedono spediti sulla loro strada».
Hanno ancora senso le missioni Unifil in Libano?
«Unifil è una missione pensata per garantire la sicurezza interna del Libano, anche in uno stato di guerra deve rimanere come simbolo della presenza della comunità internazionale sotto l’egida dell’Onu. D’accordo, le Nazioni unite vanno riformate, ma da qui a considerare che non servono più è un concetto pericoloso, ci riporterebbe indietro di ottant’anni».
Gli Stati Uniti, grande alleato di Israele, sembra aver perduto tutto il suo ascendente su Netanyahu. Ha senso dichiarare di essere al corrente dell’operazione senza poter minimamente incidere?
«Ha senso, se non altro per dimostrare di avere un dialogo sempre aperto con Israele nel tentativo di frenare Netanyahu. Ma dobbiamo farci una domanda: tra Usa e Israele chi serve a cosa? Il governo di Tel Aviv è uno partner insostituibile per Washington in Medioriente, tra le parti c’è una storica affinità geopolitica, culturale ed economica. Su tale status Israele ha fatto da sempre pressione ottenendo un appoggio condizionato. D’altronde, le reprimende ufficiali degli americani lasciano il tempo che trovano se nel frattempo ingenti quantità di armi e un ininterrotto flusso di danaro continuano ad arrivare a Tel Aviv».
Possiamo ragionevolmente celebrare la disfatta diplomatica dell’Europa e il suo fallimento di soggetto geopolitico?
«Purtroppo sì, e non mi sorprende, se vuoi far pesare nei momenti chiave della storia il tuo ruolo di attore dominante devi prendere decisioni nette. Invece siamo di fronte a un’entità divisa da veti e calcoli politici di bottega. Così, prima che 27 paesi si accordino sul da fare in maniera più o meno unitaria gli eventi fanno il loro corso».
I successi della guerra in Medioriente hanno riportato in auge il mito un po’ in ombra del Mossad, il servizio segreto israeliano, tra i migliori per capacità di indagine e di infiltrazione all’estero negli scenari più complessi. L’attacco attraverso lo scoppio dei cercapersone ai danni di centinaia di aderenti a Hezbollah ha segnato un punto di svolta nell’adozione della guerra ibrida. È d’accordo?
«Certo, anche se come dimostra la drammatica vicenda del 7 ottobre del 2023, il Mossad non è imbattibile. Non aver saputo sventare l’operazione di Hamas resta un’onta che Israele sta vendicando con durezza. L’apparato di investigazione e miliare ha dimostrato un’efficienza non comune anche se va ricordato che non c’è paragone con i limiti strutturali non solo dei sistemi di difesa delle organizzazioni terroriste, ma anche con quelli dei paesi antagonisti viciniori come Siria e lo stesso Iran».
Nella foto, Marco Di Liddo



