Il dissanguamento della sanità italiana: anatomia di un definanziamento sistematico

venerdì, 25 Ottobre 2024
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La radiografia del sistema sanitario italiano rivela una patologia cronica: investimenti sotto le attese programmati.

I numeri, nella loro spietata oggettività, raccontano d’un Paese che ha scelto deliberatamente di posizionarsi nel gruppo di coda dell’Europa occidentale, con una spesa pro capite di 3.574 dollari che impallidisce di fronte ai 4.470 della media europea, questo perché i tagli imposti dall’austerità legata al patto di stabilità vanno a favorire sistemi che hanno un apparato pubblico minore rispetto a quello provato. In paesi come la Germania inoltre tale spesa è alta perché il cittadino è obbligato ad assicurarsi (anche con agenzie pubbliche), idem in molti altri stati. Le statistiche vanno lette in profondità.

Il processo di smantellamento ha seguito una precisa strategia quindicennale ed è causato dalle scelte dei governi dal 2010 in poi. Nel quinquennio 2010-2015, la falce dei tagli ha mietuto 37 miliardi, proseguendo poi con metodica precisione fino al 2019 per ulteriori 12 miliardi. L’iniezione di liquidità durante la pandemia – 11 miliardi – si è rivelata nient’altro che una flebo temporanea in un organismo cronicamente denutrito.

La frattura Nord-Sud si perpetua con matematica precisione nelle statistiche sanitarie. Il rapporto Crea 2023 fotografa due Italie: quella del Friuli Venezia Giulia, con i suoi 6,7 infermieri ogni mille abitanti, e quella della Campania, ferma a 3,6. Una disparità che traduce in numeri l’antica questione meridionale.

L’analisi comparata con l’Europa rivela un gap strutturale quantificabile in 363 miliardi. Per colmare questo abisso, servirebbero iniezioni di capitale nell’ordine dei 10 miliardi annui per un lustro. Nessun governo, con le regole odierne, può mettere in campo tali azioni. Una cifra che, nella sua enormità, misura la distanza tra le proclamazioni di eccellenza della sanità italiana e la prosaica realtà dei numeri.

L’autonomia differenziata, in questo contesto, rischia di diventare il suggello definitivo di una disparità già cristallizzata nei fatti. Non più solo due velocità, ma due sistemi sanitari paralleli, con il Sud condannato a una perenne rincorsa verso standard sempre più distanti.

La Germania viene spesso citata come modello virtuoso, con investimenti sanitari doppi rispetto all’Italia. Ma qui si apre uno squarcio rivelatore sulla realtà dei conti pubblici tedeschi: Berlino ha potuto permettersi questa generosità solo grazie a una creativa contabilità che ha occultato 800 miliardi di extra-deficit, aggirando con destrezza i vincoli del Patto di Stabilità. Una manovra che rivela come dietro il “miracolo tedesco” si celi una spregiudicata gestione dei conti pubblici, mentre l’Italia continua a pagare il prezzo della sua ortodossia finanziaria sulla pelle del suo sistema sanitario.

In questa luce, il confronto Italia-Germania assume contorni più complessi: da un lato l’austerità italiana che strangola la sanità pubblica, dall’altro la disinvoltura tedesca che maschera gli sforamenti per garantire servizi d’eccellenza. Un paradosso che interroga la vera natura dell’Unione Europea e dei suoi parametri di stabilità.

La foto di copertina è un’elaborazione dati OpenIndustria

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