Turchia, l’attentato di Ankara frutto della lotta intestina all’interno del Pkk

venerdì, 25 Ottobre 2024
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Turchia

Il motivo dell’attentato nella sede dell’Industria aerospaziale (Tusas) in provincia di Ankara, a Kahramankazan, che ha provocato la morte di cinque persone e oltre 14 feriti, potrebbe essere ragionevolmente ricondotto alla lotta intestina in atto nel Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) tra l’ala disposta a trovare un accordo di pacificazione con il governo turco, dopo quarant’anni di lotta armata, e la fazione più intransigente, che non intende deporre le armi. Quindi l’azione terroristica al polo aerospaziale sarebbe da leggere come forma di sabotaggio dei colloqui, per certi versi clamorosi, avviati sottotraccia da qualche settimana tra “pezzi” del governo e i vertici del Pkk. Che si tratti al momento dell’ipotesi più percorribile, lo dimostra la reazione dell’esercito turco che ha annunciato di aver colpito 32 obiettivi del Pkk e dei suoi alleati nel nord dell’Iraq e in Siria uccidendo 59 terroristi.

Il tutto è cominciato con le dichiarazioni del presidente del partito di destra nazionalista turco Mhp, Devlet Bahceli, che ha invitato Abdullah Ocalan, il leader storico del Pkk, imprigionato dal 1999 in regime di isolamento, ad andare in Parlamento per annunciare lo scioglimento del gruppo. «Se l’isolamento del leader terrorista sarà revocato, potrà venire a parlare alla riunione del gruppo parlamentare del partito Dem (la forza politica filocurda nell’assemblea parlamentare di Ankara) e proclamare che il terrorismo è completamente finito e l’organizzazione è stata sciolta», ha affermato Bahceli, lanciando un sorprendente appello, dal momento che il suo partito è caratterizzato da posizioni fortemente nazionaliste e opposte al Pkk. «Se tutti sono d’accordo su una politica, un Paese e un futuro senza terrorismo, siamo pronti a fare la nostra parte», ha aggiunto Bahceli, il cui partito è alleato in parlamento con l’Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan, nel contesto di recenti voci su una possibile riapertura del processo di pace tra il governo turco e il Pkk, dopo che tra il 2013 e il 2015 c’era stato un periodo di tregua tra l’esercito e il gruppo curdo armato.

Il partito Dem, che è la terza forza più rappresentata nel Parlamento turco, ha recentemente chiesto la fine del regime di isolamento in cui si trova Ocalan, condannato all’ergastolo e da 25 anni rinchiuso nel carcere di massima sicurezza sull’isola di Imrali, nel mare di Marmara a sud di Istanbul. Proprio nel giorno dell’attentato, Abdullah Ocalan ha ricevuto per la prima volta, in oltre quattro anni, una visita il carcere come confermato da Omer Ocalan, suo parente e deputato del partito filocurdo Dem. «Vogliamo che le visite familiari di routine, che sono un diritto legale, continuino a prescindere dalle circostanze», ha scritto il deputato.

Da parte sua, Ocalan ha fatto riferimento a un possibile abbandono della lotta armata da parte del suo gruppo: «Se ci sono le giuste condizioni, ho il potere teorico e pratico per spostare questo processo dal terreno del conflitto e della violenza al terreno legale e politico».

Recentemente, infatti, si erano diffuse voci in Turchia su una possibile riapertura del processo di pace tra il governo turco e il Pkk. Se si sia creato un effettivo terreno di confronto per il raggiungimento di un accordo lo scopriremo nei prossimi mesi. In cambio dell’abbandono ufficiale della lotta armata e della rinuncia all’indipendenza dei territori curdi di Turchia, Siria e Iraq potrebbero essere riconosciute concessioni di carattere amministravo e immunità nei confronti dei vertici del Pkk. E Ocalan, il leader storico, potrebbe ottenere la revoca del suo regime di isolamento. Tuttavia, ci sarebbe da convincere l’ala militarista del partito che, considerando l’attentato al polo aerospaziale, non la pensa allo stesso modo.

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