Elezioni Usa, quel sogno in frantumi di Kamala Harris

mercoledì, 6 Novembre 2024
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Kamala Harris raccoglie in silenzio i frantumi di un sogno. Non parla e non parlerà fino a quando non sarà in condizione di metabolizzare una sconfitta che era nella logica delle cose, ma non così netta e subitanea. Il primo grande interrogativo riguarda la sua capacità di capitalizzare il vantaggio, vero o presunto, accumulato dopo l‘avvicendamento improvviso con Joe Biden, che ha cambiato l’inerzia dei sondaggi, o se non abbia saputo reggere il confronto con Trump nel parlare alla pancia degli americani. Di sicuro non ha conquistato il fronte elettorale delle donne e quello delle minoranze etniche, che hanno sposato il pragmatismo di Trump sui tre, quattro temi chiave della campagna elettorale. Nonostante si sia battuta con vigore, non è mai riuscita ad accendere il cuore dei propri connazionali perdendo il confronto comunicativo a distanza con il tycoon repubblicano. L’ex procuratrice californiana non ha saputo consolidare la coalizione che quattro anni fa aveva consentito a Biden di conquistare i territori repubblicani e di fermare Trump. Gli americani, preoccupati dall’aumento dell’inflazione post pandemia e dal caro vita, hanno preferito gli argomenti diretti del tycoon, ritenendo proprio la coppia Biden-Harris responsabile dei rincari.

È anche probabile che l’elettorato più conservatore degli Stati Uniti, quello degli stati interni e delle zone rurali, si sia semplicemente spaventato di fronte alla prospettiva di eleggere un presidente donna iper progressista e collocata su alcune posizioni ideologiche totalmente opposte. Almeno in partenza.

E qui non può essere ignorata la fallimentare gestione della classe dirigente democratica nella scelta dei candidati alla Casa Bianca. Biden resterà l’unico candidato ad aver battuto Trump, ma per due volte gli obamiani lo hanno fermato: la prima preferendogli una già sbiadita Hillary Clinton, quando Biden era vicepresidente, e l’estate scorsa l’anno esautorato per far posto alla sua vice Kamala Harris, dopo un tragico faccia a faccia di Biden con il tycoon repubblicano. Ma ancora una volta, una donna è stata bruciata da Trump, nonostante i numerosi dibattiti pubblici avessero come tema caldissimo l’aborto.

Poiché dei se e dei ma ne son piene le fosse, sta emergendo pian piano che Kamala non fosse all’altezza di affrontare una sfida complessa come quella per la quale era stata improvvisamente scelta in corso d’opera. C’è stata scaraventata quasi di forza dagli oligarchi del Partito Democratico, ma senza un’adeguata preparazione, allorché era chiaro che i problemi di saluti di Biden fossero diventati un oggettivo e imbarazzante problema anche politico.

Un altro dei peccati mortali della Harris è stato quello di aver sprecato quattro anni dell’amministrazione Biden scegliendo quasi sempre un profilo basso e mancando la ghiotta opportunità di dimostrare di avere la statura di un vero leader nazionale. Il paradosso è che quando lei è stata candidata ha dovuto letteralmente reinventarsi sotto una nuova luce. Tra l’altro non si era mai misurata prima con sfide elettorali probanti. È diventata senatore per la California nel 2018, vincendo le primarie dem e poi conquistando un seggio scontato. Un candidato presidente moderato, cattolico come Biden l’aveva scelta per il ticket del 2020 in realtà più per le sue caratteristiche di donna, giovane, di sinistra, espressione di una minoranza, che per la sua statura di leader. Qualcuno dei notabili del Partito Democratico, infatti, aveva subito censurato la decisione.

Quattro anni alla Casa Bianca non hanno fatto crescere il suo profilo politico e le sue capacità di incidere. Ha dimostrato solo di non essere all’altezza del ruolo che le è stato attribuito. Quattro mesi di campagna elettorale non potevano bastare a fare di lei una “nuova” leader capace di attrarre nuovi consensi. Infine, l’ultimo errore, esiziale: la scelta del Governatore del Minnesota, Tim Walz, ancora più radicale di lei, come suo compagno di strada nella corsa non l’ha certo aiutata nella costruzione di una narrazione efficace. Di sicuro sarebbe stato preferibile avere al suo fianco un esponente centrista capace di garantire un contrappeso ideologico alla sua candidatura. Se poi una candidata come Kamala Harris, espressione della sinistra californiana, radicale e lontana dai ceti popolari e dalle aree rurali del Paese, prova successivamente a ricollocarsi su nuove posizioni con modalità quanto meno discutibili il fallimento è garantito.

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