Lavoro precario e divario di genere: ecco perché i giovani italiani emigrano

sabato, 9 Novembre 2024
2 minuti di lettura
Giovani e lavoro

Il lavoro è in profonda trasformazione. I giovani lavoratori non lo vedono più come legittima aspirazione per pianificare le scelte di vita e, per molti di essi, avere un lavoro non evita il rischio di cadere in povertà. La professione dovrebbe alimentare le legittime aspirazioni degli individui in termini di benessere e prospettive future. Sono invece pochi i giovani che si aspettano di avere condizioni di vita migliori o almeno pari a quelle dei propri genitori. Alcune recenti tendenze del mercato segnalano una progressiva disaffezione dei giovani rispetto al lavoro, considerato da molti troppo precario, poco remunerato ed eccessivamente intensivo. Se poi si aggiungono le perduranti carenze nella formazione e il cristallizzato divario tra i generi tra Nord e Sud si scopre che alla fine i giovani scommettono su stessi andandosene all’estero. O, peggio, si trasformano nei nuovi Neet (Not in Education, Employment or Training): ragazzi che vivono a casa con i genitori, senza desiderio di studiare né di cercare un impiego. È il dato saliente che emerge dalla ricerca su giovani e lavoro in Italia elaborato dall’Osservatorio permanente Elle active!, creato da Hearst con il Centro di ricerca Crilda dell’Università Cattolica di Milano.

Presentato alla nona edizione di Elle active! in programma all’ateneo milanese il 9 e 10 novembre, il rapporto racconta quanto nel nostro Paese il percorso verso un’occupazione sia sempre una sorta di conquista sociale. Se il lavoro è precario, mal pagato e poco gratificante, i giovani italiani fanno una scelta drastica. Non a caso, nell’ultimo decennio il tasso di emigrazione dei neolaureati è più che raddoppiato. Per contro c’è chi, di fronte alle oggettive difficoltà, si abbatte e finisce in un limbo di inattività per cui l’Italia è penultima in Europa (peggio fa solo la Romania) con il 18% delle ragazze e il 14% dei ragazzi che finiscono nei “Neet”.

Anche avere un lavoro, peraltro, non garantisce di uscire dalla condizione di chi, pur lavorando, non riesce a superare la soglia di povertà. Non stupisce quindi se i giovani italiani siano i più lenti in Europa a lasciare la famiglia: succede in media a 30 anni, contro la media di 26,4 anni.

«Il rischio povertà riguarda molti lavoratori, per esempio gli stagionali o gli addetti alla ristorazione, non perché la paga oraria sia bassa, ma perché non lavorano continuativamente dodici mesi all’anno – spiega il direttore del Crilda, Claudio Lucifora – ma è anche vero che questo è un mondo del lavoro creato dagli uomini a loro misura».

A essere maggiormente preoccupate e insoddisfatte sono infatti soprattutto le donne, per le quali l’accesso al lavoro è più difficoltoso e incerto rispetto ai coetanei. Pur avendo livelli di istruzione maggiori, le laureate sono il 10% in più dei laureati, continuano a essere meno occupate (solo 45% rispetto al 58% degli uomini. Anche in termini di territorio, le differenze sono evidenti. A un anno dalla laurea, il 60% dei ragazzi al Nord risulta occupato, senza differenze di genere, mentre al Sud i tassi di occupazione dei neolaureati sono la metà (34% gli uomini, 27% le donne). Non tutte le lauree, poi, sono uguali: le Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics) garantiscono un veloce passaggio tra scuola e lavoro, al Sud però questo vale solo per gli uomini.

Ed è qui che si trova l’altro grave divario: le differenze di retribuzione tra i generi all’inizio della carriera sono contenute, anzi l’Italia sembra tra i Paesi più virtuosi d’Europa, sia tra chi ha meno di 25 anni, sia nella fascia di età 25-34 anni. In realtà il dato è falsato dalla bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, dove è impiegata una donna su 2, a differenza di altri Paesi europei dove a lavorare sono 2 donne su 3. In Italia, a quindici anni dalla nascita del primo figlio, la retribuzione delle madri è circa la metà delle donne senza figli, a causa dell’inferiore numero di ore lavorate. In sintesi, la condizione più favorevole è quella di un uomo che vive al Nord tra i 30 e i 34 anni, laureato. La peggiore, quella di una donna tra i 18 e i 25 anni che vive al Sud, senza la laurea. La solita conclusione.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.