Il Trump che ha vinto le elezioni nel 2024 non è lo stesso che vinse nel 2016, nel senso che dietro il successo odierno c’è una nuova “alleanza” tra ceti e gruppi sociali. Parliamo di un “patto” impensabile fino a pochi anni fa: l’incontro politico tra il proletariato impoverito dalla globalizzazione e la grande impresa high tech divenuta insofferente alle regole imposte dalla cultura politica liberal.
Figura chiave di questo incontro incredibile è il nuovo vicepresidente americano: James David Vance, cioè quel giovanotto (ha appena compiuto 40 anni) che abbiamo visto salire sul palco, insieme con la famiglia di Trump, nel discorso della vittoria pronunciato dal presidente eletto quando non erano ancora state scrutinate tutte le schede elettorali. È assai probabile che di questo politico emergente sentiremo a lungo parlare in futuro. È lui che sembra destinato a diventare l’erede politico di Trump ed è sempre lui che rappresenta la profonda trasformazione del partito repubblicano americano, una formazione che appare oggi assai distante dal modello del Grand Old Party rappresentato dalla dinastia dei Bush e degli altri, vecchi esponenti repubblicani. Certo, le cose possono sempre degenerare e la politica americana, si sa, è sempre piena di imprevisti, ma rimane il fatto che attualmente nessuno, meglio di J. D. Vance, rappresenti i nuovi equilibri dell’America scaturita dalle urne del 5 novembre.
L’avvicinamento della Rust Belt (la Cintura delle Ruggine) e la Silicon Valley è infatti anticipato dalla stessa autobiografia del neovicepresidente. Vance proviene dalla zona dai Monti Appalachi (catena montuosa nel Nord degli Usa) , una delle zone su cui s’è maggiormente abbattuta, negli anni passati, la bufera economica delle delocalizzazioni, degli accordi commerciali di libero scambio, dei prodotti cinesi a basso costo. Questo mondo umano fatto di famiglie distrutte dall’impoverimento, di alcolismo dilagante, di droga e disgregazione sociale è stato descritto nel 2016 da James David in un romanzo autobiografico di successo, “Hillbilly Elegy”. Nello stesso tempo, Vance è anche un imprenditore digitale (J. D. ha fatto tutto in pochi anni). Il suo mentore a Silicon Valley è Peter Thiel, il miliardario che ha fondato PayPal, il quale a suo tempo rimase colpito dal libro di quel giovane scrittore, intuendo, con quel fiuto speciale tipico dei grandi imprenditori, che dietro quelle pagine c’era qualcosa di esplosivo, una materia incandescente che prima o poi sarebbe tracimata nella politica americana. Tant’è che è stato proprio Thiel il primo a scommettere sulla candidatura di Vance.
“Hillbilly Elegy” è pubblicato in Italia da Garzanti con il titolo un po’ banale e un po’ fuorviante di “Elegia americana”. C’è infatti qualcosa di assai poco di edificante nel termine “hillbilly”, una parola dura e discriminatoria, ma che James David rivendica con orgoglio per sé e per la comunità umana da cui proviene. «I loro antenati erano braccianti nell’economia schiavista del Sud, poi mezzadri, minatori, e infine, in tempi più recenti meccanici e operai. Gli americani li chiamano hillbilly (buzzurri, montanari) redneck (colli rossi) o white trash (spazzatura bianca). Io li chiamo vicini di casa, amici e familiari».
Quello che colpisce in “Hillbilly Elegy” è la forza dell’autobiografia collettiva che spiega la rabbia dei “forgotten men” che ha terremotato la geografia politica americana. «È stato -scrive Vance- lo spostamento dei Grandi Appalachi dal partito democratico al partito repubblicano a ridefinire gli assetti politici dell’America dopo Nixon. Ed è nei Gradi Appalachi che le fortune dei bianchi della classe operaia sembrano particolarmente in declino. Dalla bassa mobilità sociale alla povertà, dalla diffusione dei divorzi alla droga endemica».
Certo, il proletariato arrabbiato che gonfia da otto anni le vele del consenso di Trump è sideralmente distante dai miliardari della Silicon Valley che vogliono da parte loro ridefinire gli equilibri dentro il capitalismo americano e che combattono l’egemonia politica fino a oggi esercitata dai vari Bill Gates e Mark Zuckerberg. Ma in entrambi questi mondi s’avverte una potente spinta a cambiare gli assetti della società americana. Per gli uni è riconquista di status sociale, per gli altri è conquista di potere politico. È però l’incontro tra queste potenti esigenze collettive ad aver prodotto il nuovo ciclone che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca.



