Medici e infermieri sempre più stanchi e malpagati. E aumentano i “gettonisti”

sabato, 11 Gennaio 2025
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Medici

Sempre meno numerosi in corsia, non di rado con contratti a tempo determinato e retribuzioni del 20 più basse rispetto alla media Ocse,  costretti a operare in un contesto aggressivo che sempre più spesso sfocia nella violenza. L’ultimo episodio qualche giorno fa a Napoli all’Ospedale del Mare dove le forze dell’ordine hanno dovuto fronteggiare un gruppo di persone che volevano entrare di forza nel pronto soccorso dopo la notizia del decesso di un proprio parente. Non stupisce, quindi, che circa un medico su due soffra di burnout, ovvero lo stato di stress cronico lavoro-correlato caratterizzato dalla sensazione di esaurimento delle proprie energie fisiche e mentali. È il ritratto del personale sanitario italiano che emerge dall’ultimo Rapporto su Salute e Ssn dell’Osservatorio Salute, Legalità, Previdenza di Fondazione Enpam e Eurispes.

Punto di non ritorno. A partire dal 2008, ricostruisce il rapporto, in Italia la crescita del personale sanitario, che si protraeva da più di 30 anni, si è arrestata. Per esempio, nel 2014 sono stati assunti 80 dipendenti ogni 100 andati in pensione, nel 2015 si è scesi a 70 ogni 100, nel 2017 98 ogni 100. Di pari passo è aumentato il lavoro flessibile: nel 2018, nel comparto sanità si è concentrato il 45% dell’utilizzo di unità annue a tempo determinato di tutta la Pubblica amministrazione (35.481 su 79.620). Un ulteriore incremento, c’è stato negli ultimi anni, specie durante la pandemia. Il blocco del turnover, e dunque la carenza cronica di personale all’interno delle strutture sanitarie – spiegano gli estensori del rapporto – da decenni costringe gli operatori a sforzi prolungati, continui e ad alto coinvolgimento fisico e psicologico. Non a caso, ricorda Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, la carenza di personale sanitario, unita all’impossibilità per le Regioni di aumentare la spesa per il personale dipendente a causa dei tetti di spesa, negli anni ha alimentato il fenomeno dei “gettonisti”: medici, infermieri e altri professionisti sanitari reclutati tramite agenzie di somministrazione del lavoro e cooperative, con i relativi costi rendicontati come spese per beni e servizi». Secondo un rapporto dell’Autorità nazionale anticorruzione, relativo al periodo gennaio 2019–agosto 2023, il fenomeno era già molto evidente nel 2019, con una spesa complessiva di quasi € 580 milioni. Nel 2020 il valore è crollato a € 124,5 milioni, per poi risalire negli anni 2021-2022, fino a raggiungere, nel solo periodo gennaio-agosto 2023, € 476,4 milioni, un valore doppio rispetto all’anno precedente. Così, il 52% dei medici e il 45% degli infermieri è entrato nel tunnel del burnout. «È un argomento che necessita di risposte e che è legato anche ai molti aspetti burocratici che affliggono la professione medica e quella infermieristica. La digitalizzazione, se non opportunamente gestita, rischia di aggravare ulteriormente la situazione se la reportistica dovesse diventare predominante rispetto all’attività esistenziale», sottolinea Maurizio Zega, presidente dell’ordine delle professioni infermieristiche di Roma.

Discriminazione di genere. Il fenomeno del burnout riguarda soprattutto le donne che hanno un rischio doppio rispetto ai colleghi maschi. Il personale femminile è anche vittima di circa i due terzi delle 18mila aggressioni e continua a scontare un forte svantaggio legato al genere: più di due terzi dei lavoratori del settore sanitario oggi sono donne, ma le posizioni dirigenziali e apicali sono ancora appannaggio degli uomini. Nel caso dei medici, per esempio, le donne rappresentano il 51,3% della professione, ma solo il 19,2% dei primari è di sesso femminile. «Ancora una volta parliamo di sofferenza del personale sanitario – commenta Pierino Di Silverio, segretario nazionale di Anaao Assomed – resta il problema che tutta questa sofferenza non viene percepita se non da chi lavora. La legge bilancio, da questo punto di vista, non dà segnali positivi. Continueremo a protestare e se sarà necessario investiremo l’Europa del problema, dal momento che oggi in Italia si sta negando l’articolo 32 della Costituzione.

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