Da una settimana Cecilia Sala, la reporter italiana detenuta in Iran per 20 giorni con l’accusa di aver violato le leggi islamiche, è a casa. Dopo giorni di serrate trattative sottotraccia le autorità italiane sono riuscite a sbloccare una preoccupante fase di stallo perché il fermo della Sala era apparso da subito una ritorsione per l’arresto avvenuto all’aeroporto di Malpensa, su richiesta degli Stati Uniti, dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi, poi rilasciato, accusato di aver fornito all’Iran componenti elettronici per la costruzione di droni militari.
Lospecialegiornale ha chiesto a Marco Di Liddo, responsabile del Desk Africa e Russia e Caucaso al Centro Studi Internazionali, di commentare la vicenda Sala analizzando il nuovo ruolo geopolitico dell’Italia.
Di Liddo, quanto ritiene verosimile la ricostruzione del Wsj secondo la quale la premier Meloni sia andata negli Stati Uniti per ottenere l’avallo di Trump sulla mancata estradizione di Abedini nonostante il rilascio di Cecilia Sala?
«Il Wall Street Journal ha sicuramente delle fonti molto qualificate all’interno dell’amministrazione americana, quindi ci potrebbero essere state delle fughe di notizie riguardo alla ratio del viaggio di Giorgia Meloni negli Usa, però ci sono anche altri argomenti che confliggono con l’ipotesi della missione della premier finalizzata esclusivamente alla questione Sala. Ci sono, prima di tutto, numerosi e complessi dossier che concernono i rapporti bilaterali tra Italia e Stati Uniti: dal sistema satellitare Starlink al raggiungimento del 5 per cento del Pil per la spesa militare, fino alla comune visione politica per la vicinanza, per così dire, ideologica. Trump è solo il presidente eletto e finché non entrerà in carica i suoi poteri sono limitati; Trump riceve, è vero, gli stessi identici briefing del mattino inviati a Biden, ma fino al 20 gennaio resta un comune cittadino».
A questo punto, quale sarà la contropartita per Teheran?
«Le contropartite per Teheran possono essere tante, alcune evidenti altre meno conosciute dall’opinione pubblica, a cominciare dai buoni uffici che l’Italia potrebbe svolgere come mediatore tra Teheran e l’amministrazione Trump durante quello che si delinea come un mandato molto difficile nei rapporti tra Iran e Stati Uniti».
L’Iran è un paese in difficoltà, spaccato tra chi vuole perseguire l’isolazionismo e chi, invece, vuole tenere aperti i canali internazionali: la diplomazia italiana ha saputo sfruttare anche questa situazione?
«In Iran la competizione interna è molto forte tra poteri, ma i Pasdaran (il corpo delle guardie della rivoluzione islamica) hanno un ruolo decisamente più pesante, sono la forza egemone, quindi quando c’è una trattativa decidono loro».
Per Trump la vicenda sarà chiusa anche dopo il 20 gennaio?
«Per Trump sarà chiusa nel momento in cui non penserà più di sfruttarla a livello politico. Il tycoon è un pragmatico, un uomo d’affari prima di essere un politico. Io credo che quando si insedierà la vicenda Sala si sarà sgonfiata e non avrà più alcun peso dal punto di vista diplomatico».
Nel complesso quanto ha pesato nella vicenda la credibilità internazionale della premier Meloni?
«La credibilità del nostro presidente del Consiglio ha pesato tanto, ma ha pesato ancora di più la credibilità del nostro sistema-paese. Non è che se ci fosse stato Draghi al potere avremmo avuto meno credibilità internazionale. È il paese che viene prima dell’individuo, nel caso Sala la Meloni ha avuto un ruolo centrale, ma senza la consistente reputazione di un paese autorevole non arrivano risposte».
Alla luce del caso Sala, l’Italia può giocare un ruolo di primo piano nello scacchiere europeo, soprattutto con le perduranti crisi politiche di Francia e Germania?
«Credo che la vicenda Sala non influenzerà i dossier strettamente europei. L’Italia in questo momento non ha rapporti del tutto distesi Francia e Germania per tantissimi motivi, che sono la diversità di vedute sul problema migratorio e sull’Africa, un approccio diverso rispetto al dossier ucraino e a quello mediorientale, le conflittualità intorno alle istituzioni europee. Penso che la liberazione della giornalista italiana abbia per il momento rafforzato il legame bilaterale con gli Stati Uniti proprio per ovviare a certe criticità endogene al panorama europeo».
Come capitalizzerà questo successo la Meloni?
«Si tratta di un grande successo da parte del suo governo, la premier può legittimamente appuntarsi una medaglia perché ha liberato una concittadina gestendo il rapporto con un paese non facile come l’Iran. La premier la userà per dimostrare la sua autorevolezza non solo interna, ma anche internazionale attraverso l’efficacia delle scelte adottate».



