Da arcimiliardario a superstar. Non c’è giorno che non si parli di Elon Musk. L’uomo più ricco del mondo è anche, dalla vittoria di Donald Trump in poi, il personaggio più citato sui massmedia. Nella rappresentazione comune sembra che le elezioni americane le abbia vinte lui e non il tycoon newyorkese. Appare Elon, invece che Donald, il futuro dell’America.
Il motivo di tanta sovra-esposizione dipende dal fatto che Musk rappresenta un nuovo modello di miliardario, quello che non si limita a condizionare la politica da dietro le quinte (e attraverso i suoi finanziamenti) ma quello che fa egli stesso politica, il capitalista militante e ideologico che si getta nella mischia a suon di provocazioni politicamente scorrettissime. Inquieta, nel fondatore di SpaceX, anche la postura fortemente di destra, che prefigura l’avvento un nuovo mondo dove il grande potere economico non scenda più a patti con le ideologie (o post ideologie) progressiste e che schiacci sotto il suo rullo compressore ogni forma di buonismo liberal. Aldo Cazzullo scrive sul “Corriere della Sera”, con una sorta di ammirato sgomento, che il magnate di X è il promotore della «più grande rivoluzione politica del secolo, la più importante dal crollo dei totalitarismi del Novecento». Musk, per l’editorialista del “Corriere”, è il «prisma di una nuova destra globale».
Lo sgomento di Cazzullo e dell’opinione pubblica variamente progressista pare destinato ad aumentare con il tempo. E questo per il semplicissimo motivo che, quello di Musk, non è per niente affatto un caso isolato, ma l’espressione più vistosa e clamorosa di un processo che è in atto da diversi anni e che si è reso visibile proprio con il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Parliamo dello spostamento a destra del capitalismo d’avanguardia, il capitalismo digitale.
Fino a qualche anno fa (diciamo fino al tempo di Barack Obama), questo tipo di capitalismo era vicino al partito democratico, tant’è che, dalla “Mecca” del digitale, cioè Silicon Valley, spirava tradizionalmente un venticello liberal. Tutto sapeva di California, di high tech avanzata e progressista. E Silicon era lì, nello stesso Stato di Hollywood, dove i volti cinematografici dell’“american dream” (da Richard Gere a George Clooney al più attempato Robert De Niro) prendevano regolarmente posizione contro la destra repubblicana, fino all’ossessiva campagna d’odio contro Trump nel corso del suo primo mandato.
Ora non è più così. Ora i vari Mark Zuckerberg, Bill Gates, Jeff Bezos, unitamente ai capi di Google, se ne stanno tranquilli e, come nel caso dei fondatori di Facebook e Amazon, sono arrivati al punto di “baciare la pantofola” di Trump. A spingerli non è solo l’opportunismo ma anche la forza d’urto di una nuova generazione di magnati e manager. Gente dinamica, ambiziosa, ideologicamente motivata e, soprattutto, politicamente scorretta.
Di chi stiamo parlando? Di un gruppo di capitalisti high tech che ha come leader Peter Thiel. Non uno qualsiasi, ma il fondatore di PayPal, cioè a dire il sistema più diffuso al mondo di pagamenti on line.
Figura emergente di questo sodalizio imprenditoriale-politico è anche il trentaduenne californiano Palmer Luckey che ha a sua volta fondato Anduril, società leader nel campo della tecnologia bellica e della sicurezza. La scelta di chiamare in questo modo il suo gruppo di imprese non è casuale: Anduril viene dal “Signore degli Anelli”. È il nome della spada dell’eroe Aragorn, il “re che ritorna” nell’ultima opera del ciclo narrativo. Non solo Luckey, ma anche Thiel e, soprattutto, Musk sono grandi estimatori di J.R.R. Tolkien.
Il personaggio ideologicamente e politicamente più attrezzato è in ogni caso il patron di PayPal. Thiel ha condotto una feroce guerra a Google in nome dell’anti-cosmopolitismo e dell’opposizione all’apertura al mercato cinese. Il magnate di Silicon Valley è sostenitore di un’idea della tecnologia della sicurezza votata principalmente agli interessi nazionali americani. In questo è perfettamente in linea con l’ideologia trumpiana del primato dell’America nelle scelte del governo di Washington.
Va anche aggiunto che Thiel è il principale sponsor finanziario del vicepresidente di Trump, James David Vance, il giovane politico americano (ha appena compito quarant’anni) che è considerato un po’ il successore naturale del tycoon newyorkese. È stato proprio il fondatore di PayPal a “inventare” politicamente il nuovo vicepresidente americano, il quale nel decennio scorso s’era imposto come autore del best seller “Hillbilly Elegy”, romanzo autobiografico che racconta le vicissitudini della classe operaia Usa impoverita dalla globalizzazione. Thiel è inoltre noto per essere un “tecno-reazionario”. Una delle sue frasi più citate ha un chiarissimo tono, per così dire, “post-democratico”: «Non credo più che la democrazia sia compatibile con la libertà». E tanto basta.
Questo spiccato nazionalismo (in perfetto stile Maga) di Thiel è però in potenziale conflitto con la vocazione “imperiale” di Musk, profeta di un nuovo messianesimo interplanetario: per il patron di SpaceX il futuro dell’umanità passa per le spedizioni su Marte. Al di là delle proiezioni escatologiche, ci sono anche questioni economiche piuttosto rilevanti. Musk, a differenza di Thiel (e dello stesso Trump), è contrario al boicottaggio della Cina, non foss’altro perché le componenti essenziali per le auto elettriche di Tesla vengono proprio dal sistema industriale gestito da Pechino.
Chissà se un giorno questa contraddizione esploderà. Probabile è comunque il fatto che, dall’eventuale confronto tra Musk e Thiel, potrebbe derivare una conseguenza ideologicamente sorprendente: la vecchia contrapposizione tra nazionalismo e globalismo viene ricompresa nel solo ambito della cultura di destra. E scusate se è poco.



